Riforma dirigenza pubblica, le Confederazioni sindacali chiedono modifiche alla legge

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Roma, 28 ottobre 2016 – Le Confederazioni sindacali CIDA – CONFEDIR – CONFSAL – COSMED rappresentative, secondo la recente rilevazione Aran, di circa il 60% della dirigenza pubblica chiedono al Governo, un confronto sull’emanando decreto delegato sulla dirigenza ex articolo 11 della Legge 124/2015.

Le scriventi Confederazioni non sono pregiudizialmente contrarie al provvedimento, tuttavia sono convinte che, senza profonde modifiche al testo in discussione, non solo non sarà possibile raggiungere l’obiettivo di modernizzare la dirigenza pubblica, ma si rischi perfino di creare confusione nella pubblica amministrazione.

Molte delle osservazioni che queste Confederazioni, ciascuna per proprio conto, hanno fin qui sviluppato nelle Audizioni parlamentari, hanno trovato ampio riscontro nel parere espresso dal Consiglio di Stato, che si condivide per le argomentazioni tecniche esplicitate ed in particolare per i rilievi in merito alla costituzionalità e all’aderenza alla delega del provvedimento.

Una per tutte: la critica alla composizione delle commissioni preposte alla gestione dei tre ruoli unici che non danno sufficiente garanzia di terzietà e indipendenza rispetto al Governo.

La principale preoccupazione della dirigenza pubblica è costituita dal pericolo di un’ulteriore invasione del potere politico nella indipendenza ed autonomia delle pubbliche amministrazioni.

Cruciale in tal senso è il rischio di precarizzazione del ruolo dirigenziale che conseguirebbe dalle modalità di assegnazione degli incarichi come formulato nello schema di decreto delegato.

Il fallimento di precedenti riforme è a nostro avviso legato al sistema di conferimento degli incarichi ai dirigenti la cui mancata assegnazione, in molti casi, ha rappresentato un evidente spreco di risorse umane ed economiche.

Inoltre non c’è stata mai una seria valutazione del merito e dei risultati raggiunti alla base dell’affidamento degli incarichi. La discrezionalità politica nel conferimento degli incarichi, che in alcuni punti del provvedimento diventa persino ricattatoria, rischia di vanificare l’intero impianto della riforma. Deve essere chiaro che l’affidamento dell’incarico è un diritto del dirigente, peraltro sancito dai contratti di lavoro, e che rappresenta la premessa per una corretta valutazione della prestazione dirigenziale. Non devono esistere dirigenti privi di incarico se non in caso di valutazione negativa.

Anche le penalizzazioni economiche dovrebbero essere determinate solo in conseguenza di valutazioni negative espresse e motivate. In tal senso andranno salvaguardati i diritti economici acquisiti sia con l’immissione in ruolo a seguito di pubblico concorso sia con l’affidamento dell’incarico in assenza di valutazione negativa. Il sistema di valutazione andrà approfondito in sede di approvazione del regolamento nella cui stesura appare indispensabile una consultazione preventiva delle Confederazioni sindacali.

Il decreto deve superare la rigidità dell’obbligo di rotazione, che in alcuni casi può privare le amministrazioni di competenze ed esperienze non facilmente reperibili, mentre quello che deve universalmente prevalere è il principio meritocratico.

Un pronunciamento diretto o differito in altro provvedimento legislativo urgente riguarda il destino delle graduatorie esistenti che raccolgono migliaia di vincitori e idonei ignari del proprio destino dopo il 31.12.2016. La presenza di questi lavoratori molti dei quali in condizione di precariato non può essere ignorata e deve essere oggetto di una ricognizione prima dell’avvio di nuovi concorsi o corsi concorsi.

L’attuale schema di decreto insegue ancora il D.lgs. 150/09, nonostante che quest’ultimo sia apertamente criticato dallo stesso Esecutivo. In tal senso sono improponibili percentuali di salario variabile così elevate da diventare irraggiungibili con gli aumenti contrattuali per decenni se non con l’erosione di componenti fondamentali del trattamento retributivo che lo stesso decreto esclude.

Tale rigidità non solo fissa un obiettivo impossibile, ma pone anche una grave limitazione allo svolgimento della contrattazione con il concreto rischio di una paralisi negoziale. Lo schema di decreto è quindi un momento importante anche per porre fine all’invasione legislativa su materie negoziali, in tal senso sarebbe auspicabile l’abrogazione di norme ostative che invece vengono riproposte.

Nell’attuale schema di decreto non viene sviluppata la delega che prevede la confluenza della retribuzione di posizione fissa nel trattamento economico fondamentale. Sarebbe assai opportuno lo stralcio del Capo “Trattamento economico” da rivedere in ambito negoziale.

Auspichiamo, in conclusione, un testo agile che persegua gli obiettivi fondamentali limitando gli aspetti punitivi, in particolare quelli non motivati e che rimetta alla contrattazione spazi praticabili per la premialità del merito. Non possiamo che segnalare la forte attesa della Dirigenza pubblica di un segnale di attenzione e di fiducia.

Riteniamo che una riforma condivisa della dirigenza sia un’opportunità per il Paese, per questo attendiamo una risposta del Governo che vada nella direzione da noi indicata.

CIDA – CONFEDIR – CONFSAL – COSMED

fonte: ufficio stampa

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