È morto Alberto Zanchetti, uno dei più grandi medici e scienziati italiani dell’ultimo secolo

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Prof. Alberto Zanchetti

Milano, 26 marzo 2018 – È morto a Milano, sabato 24 marzo, all’età di 91 anni, Alberto Zanchetti, uno dei più grandi medici e scienziati italiani dell’ultimo secolo. L’European Journal of Clinical Investigation lo aveva indicato tra i sei scienziati italiani più influenti al mondo.
Era ricoverato da alcune settimane presso lo stesso Auxologico di cui era stato direttore scientifico dal 1985 fino alla sua scomparsa.

Nato a Parma il 27 luglio 1926, si laureò in medicina presso l’Università parmense. A Parma Zanchetti iniziò ad amare l’opera lirica, diventando medico e amico di tanti cantanti d’opera di fama mondiale. Amore per l’opera, l’arte e la cultura in generale che lo accompagneranno per tutta la vita assieme alla passione per le scienze biomediche.

Alberto Zanchetti è stato assistente presso l’Istituto di fisiologia umana dell’Università di Pisa, sotto la direzione di Giuseppe Moruzzi e presso l’Istituto di Patologia medica dell’Università di Siena, sotto la direzione di Cesare Bartorelli. Due figure entrate nella storia della medicina.  Moruzzi, neurofisiologo tra i più grandi scienziati italiani del novecento, Bartorelli, tra i più grandi clinici italiani e docente di generazioni di medici, trasferiranno a Zanchetti quell’amore per la scienza medica, sia come cura che come ricerca.

Ma sarà Milano la città che in seguito Zanchetti eleggerà a sua dimora di vita e di  evoluzione professionale, con la sua bella casa-studio in via Caradosso affacciata su Santa Maria delle Grazie. Nel 1967 Zanchetti è all’Università di Milano, dove è stato professore ordinario di Semeiotica medica, poi di Patologia medica ed infine di Clinica medica. Presso l’Università di Milano ha diretto l’Istituto di Clinica medica dal 1981 al 2001, il Centro di fisiologia clinica e ipertensione (1982-2001), e la II Scuola di specializzazione in cardiologia (1984-2000).

Professore ordinario di Medicina interna (1975-2001), professore emerito (2001 alla sua scomparsa), direttore dell’Istituto di Clinica medica (1981-1999), direttore della Scuola di specializzazione in cardiologia II (1985-2000), Direttore del Centro di fisiologia clinica e ipertensione (1982-2001), dal 1985 alla sua scomparsa Direttore scientifico dell’Istituto Auxologico Italiano.

Poliglotta, infaticabile rappresentante della scienza medica all’estero, in particolare in America Latina, anche per la famiglia di origine della madre, insegnante brasiliana, e nei paesi di lingua di spagnola, Zanchetti ha ottenuto incarichi e riconoscimenti in tutto il mondo.

Tra gli altri, è stato Fellow della Rockefeller Foundation alla University of Oregon School of Medicine (USA). Dal 1995 Alberto Zanchetti è stato editor-in-chief del Journal of Hypertension di Londra, membro dell’editorial board di numerose altre riviste mediche di prestigio.

Membro di numerose società scientifiche nazionali ed internazionali; è stato presidente della International Society of Hypertension, della European Society of Hypertension, della Società italiana dell’ipertensione arteriosa, della European Society for Clinical Investigation, dello Working Group on Hypertension and the Heart della European Society of Cardiology.

Straordinario esempio di coerenza, dedizione al lavoro, passione nella clinica e nella ricerca medica, oltre che rettitudine umana, Alberto Zanchetti si è sempre astenuto da quegli atteggiamenti narcisistici o di protagonismo oggi tanto diffusi. La sua missione era l’avanzamento della scienza medica, e tutti, nel mondo, gli sono stati riconoscenti: pochi mesi fa, ad ottobre scorso, la Facultat de Medicina i Ciències de la Salut Campus Clínic di Barcellona gli dedicò una conferenza internazionale intitolata “Alberto Zanchetti the man, the scientist, the friend”.

“Il prof. Zanchetti è stato un grande maestro, una guida preziosa – ricorda Gianfranco Parati, ordinario di Medicina cardiovascolare all’Università di Milano-Bicocca e primario di cardiologia all’Auxologico – non solo nello sviluppo di un elevato rigore scientifico, ma anche nella conquista di un profondo senso clinico per moltissimi giovani medici, e in particolare per i suoi collaboratori più stretti che hanno avuto il privilegio di essergli stati vicini lavorando al suo fianco per molti anni (nel mio caso per ben 44 anni)”.

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