Tumore polmonare EGFR-mutato, SAFFRON segna un passo avanti: più sopravvivenza e minore rischio di progressione

SAFFRON è il primo studio globale di Fase III che mostra un beneficio significativo di sopravvivenza libera da progressione e di sopravvivenza globale in questo setting, confermando osimertinib come terapia fondamentale nel tumore del polmone con mutazione EGFR

Madrid, 26 ottobre 2026 – I risultati positivi dello studio di Fase III SAFFRON hanno dimostrato che la combinazione di osimertinib e savolitinib ha determinato un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante sia della sopravvivenza libera da progressione (PFS) che della sopravvivenza globale (OS) rispetto alla chemioterapia a base di platino nei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) con mutazione del recettore del fattore di crescita epidermico (EGFRm). I pazienti arruolati nello studio presentavano tumori con livelli elevati di iperespressione o amplificazione del gene MET e avevano manifestato progressione di malattia in seguito a un precedente trattamento con osimertinib.

Questi risultati sono stati presentati nel corso del Simposio presidenziale al Congresso 2026 della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) a Madrid, in Spagna (abstract n. LBA6). Sono stati inoltre pubblicati contemporaneamente in The New England Journal of Medicine.

I risultati hanno mostrato che la combinazione di osimertinib e savolitinib ha ridotto il rischio di progressione di malattia o di morte del 45% rispetto alla chemioterapia (rapporto di rischio [HR] per PFS 0,55; intervallo di confidenza [IC] al 95%: 0,42-0,72; p<0,001). La PFS mediana, valutata mediante revisione centralizzata e indipendente in cieco (BICR), è risultata pari a 7,6 mesi per il trattamento con osimertinib e savolitinib rispetto a 5,4 mesi del braccio di confronto. A un anno, una quota stimata del 36% dei pazienti trattati con la combinazione risultava libera da progressione, rispetto al 10% nel braccio di confronto. È importante sottolineare che il beneficio in termini di PFS è risultato coerente in tutti i sottogruppi predefiniti, inclusi quelli nei quali la malattia presentava iperespressione o amplificazione del gene MET.

I risultati relativi all’endpoint secondario chiave di sopravvivenza globale (OS) hanno mostrato che la combinazione di osimertinib e savolitinib ha ridotto il rischio di morte del 32% rispetto alla chemioterapia (HR per OS 0,68; IC al 95% 0,50-0,91; p=0,010). La combinazione di osimertinib e savolitinib ha prolungato la sopravvivenza globale mediana di 4,9 mesi rispetto al braccio di confronto (17,8 vs 12,9 mesi). Si stima che il 70% dei pazienti trattati con la combinazione fosse ancora in vita a un anno, rispetto al 53% nel braccio di confronto.

“Questi risultati – spiega Antonio Passaro, Direttore della Divisione di Oncologia Toracica all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano – segnano un passo decisivo verso un nuovo standard terapeutico per i pazienti affetti da carcinoma polmonare non a piccole cellule con mutazione di EGFR che sviluppano, dopo il trattamento con osimertinib, una resistenza acquisita mediata da alterazioni del gene MET, che si stima siano circa un terzo di questa popolazione. Attualmente non sono ancora disponibili terapie target in formulazione orale e in grado di intervenire su questa causa di progressione di malattia. La combinazione di osimertinib e savolitinib ha prolungato significativamente la sopravvivenza globale mediana di quasi cinque mesi in questo setting avanzato, stabilendo un nuovo punto di riferimento clinico e rafforzando la necessità di eseguire i test per le alterazioni di MET per orientare la cura dei pazienti”.

“Ogni anno, in Italia, vengono stimati circa 45.000 nuovi casi di carcinoma polmonare – afferma Silvia Novello, Presidente WALCE (Women Against Lung Cancer in Europe), Professore ordinario di Oncologia Medica all’Università degli Studi di Torino e responsabile dell’Oncologia Medica presso l’AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano – Purtroppo, circa l’80% delle diagnosi avviene in fase avanzata, da qui l’importanza di opzioni terapeutiche sempre più efficaci per questi pazienti. La mutazione del gene EGFR è presente in circa il 10% dei casi di carcinoma polmonare non a piccole cellule, soprattutto nei non fumatori. I risultati dello studio SAFFRON dimostrano che la combinazione dell’inibitore di MET savolitinib con osimertinib garantisce un’efficacia clinica superiore e un controllo del tumore più a lungo termine rispetto alla chemioterapia standard a base di platino, offrendo ai pazienti un’importante opzione terapeutica per via orale”.

“Gli importanti risultati dello studio SAFFRON, presentati in sessione plenaria al Congresso ESMO, non sono applicabili a tutti i pazienti con tumore del polmone che presentano progressione di malattia e, in particolare, non sono applicabili a tutti i casi caratterizzati dalla presenza di mutazione di EGFR, ma richiedono una rigorosa selezione – spiega Massimo Di Maio, Presidente AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) – L’iperespressione o amplificazione di MET rappresenta uno dei meccanismi principali di resistenza acquisita a osimertinib. Agisce infatti come una vera e propria ‘via di fuga’, che permette al tumore di continuare a proliferare aggirando il blocco di EGFR. Di conseguenza, diventa fondamentale effettuare un ulteriore test molecolare alla progressione, per definire lo stato di MET e identificare i pazienti che possano realmente beneficiare della nuova combinazione. Alla luce dei dati dello studio SAFFRON, diventa ancora più importante il lavoro del team multidisciplinare, per un adeguato e tempestivo inquadramento diagnostico e per la scelta della miglior terapia per ciascun paziente. La biologia del tumore può mutare nel tempo, e di conseguenza la caratterizzazione molecolare del tumore non è importante solo al momento della diagnosi e della scelta del trattamento di prima linea, ma anche in momenti successivi della storia del paziente”.

Il carcinoma polmonare non a piccole cellule e le alterazioni del gene MET

Il tumore del polmone è la principale causa di morte per tumore a livello globale, con quasi un decesso su cinque (19%) per cancro. Il carcinoma polmonare si suddivide generalmente in NSCLC e carcinoma polmonare a piccole cellule (SCLC), con l’80-85% dei pazienti che presenta una diagnosi di NSCLC. Circa il 75% dei pazienti affetti da NSCLC riceve una diagnosi di malattia in stadio avanzato. Inoltre, circa il 10-15% dei pazienti affetti da NSCLC negli Stati Uniti e in Europa, e il 30-40% dei pazienti in Asia, presenta un NSCLC con mutazione di EGFR (EGFRm).

MET è un recettore tirosin-chinasico che svolge un ruolo essenziale nel normale sviluppo cellulare. La sovraespressione o l’amplificazione di MET può portare alla crescita tumorale e alla progressione metastatica delle cellule tumorali. Circa un tumore su tre svilupperà livelli elevati di sovraespressione o amplificazione di MET (IHC 3+ > 90% e FISH 10+) dopo la progressione di malattia in seguito al trattamento con un TKI di EGFR di terza generazione.

Lo studio SAFFRON

SAFFRON è uno studio globale di Fase III, randomizzato, in aperto, multicentrico per la valutazione dell’efficacia di savolitinib (300 mg due volte al giorno) in aggiunta a osimertinib (80 mg una volta al giorno) rispetto a duplice chemioterapia a base di platino in 338 pazienti con NSCLC con mutazione di EGFR, localmente avanzato o metastatico con sovraespressione o amplificazione del gene MET, in progressione di malattia in seguito al trattamento di prima o seconda linea con osimertinib. Lo studio ha arruolato i pazienti di 230 centri distribuiti in 29 Paesi, tra cui Nord America, Europa, Sud America e Asia. L’endpoint primario è la PFS, mentre gli endpoint secondari chiave includono OS e tasso di risposta obiettiva.

I pazienti sono stati selezionati in modo prospettico per lo studio SAFFRON utilizzando i valori soglia di MET elevati identificati nello studio di Fase II SAVANNAH. Nello studio SAVANNAH, i livelli di sovraespressione o amplificazione del gene MET sono stati determinati mediante due test: l’immunoistochimica (IHC), che rileva la presenza di una particolare proteina o di un marcatore sulla superficie delle cellule tumorali, e l’ibridazione in situ fluorescente (FISH), che rileva una sequenza specifica di DNA nelle cellule tumorali.

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