La trappola dell’invecchiamento attivo, studio UniPadova
Uno studio padovano svela il rapporto tra gli impegni degli over 60 e la soddisfazione. Essere “nonni sprint” e fare volontariato fanno bene, mentre la cura dei membri fragili della famiglia pesa e il carico di cura grava ancora sulle sole donne
Padova, 30 ottobre 2026 – Rimanere attivi anche da anziani è il mantra dell’invecchiamento di successo. Bricolage, nipotini, volontariato, persino qualche ora di lavoro: la ricetta per la longevità sembra imporre una sola regola, ovvero occupare il tempo. Ma tenersi occupati rende davvero più felici? Non sempre.
A smentire l’equazione automatica tra “attività produttiva” e “benessere” è uno studio pubblicato sulla rivista scientifica BMC Public Health, coordinato da Maria Letizia Tanturri, Annalisa Donno e Marina Salierno del Dipartimento di Scienze statistiche dell’Università di Padova, con Alessandra Buja del Dipartimento di Scienze Cardio-Toracico Vascolari e Sanità Pubblica, ed Erika Borella del Dipartimento di Psicologia Generale.
Lo studio poggia sull’Indagine Uso del Tempo dell’Istat, che chiede agli intervistati di compilare una sorta di diario giornaliero, in cui ogni componente della famiglia registra ogni 10 minuti tutte le attività svolte nelle 24 ore. L’analisi dei diari di un campione rappresentativo di oltre 10.000 italiani di età 60 e più rivela come l’impatto dell’impegno quotidiano sulla soddisfazione di vita in età anziana dipenda in modo cruciale dal tipo di attività, dal tempo che vi si dedica e, soprattutto, dal genere.
“Non basta suggerire agli anziani di dedicarsi ad attività utili e produttive per contribuire alla società e al tempo stesso stare bene, in un’ottica win:win – dice Maria Letizia Tanturri – Il nostro studio mostra che ci sono molte attività che gli anziani svolgono e che indubbiamente hanno ricadute importanti per la società, ma solo alcune di esse danno veramente soddisfazione a chi le svolge, e con ampie differenze di genere. È importante saperlo, per non gettare sulle spalle degli anziani carichi troppo gravosi, con la scusa che è importante restare attivi”
I dati emersi dalla ricerca
Dalla ricerca emerge prima di tutto un’evidente disparità nell’uso del tempo tra uomini e donne senior. Tra gli over 60 italiani, solo il 6,4% lavora ancora (occupando circa 6 ore e 40 minuti al giorno), mentre una quota minoritaria si dedica al volontariato (2,3%) o alla cura degli adulti familiari (8%). La cura dei nipoti coinvolge invece il 10% degli anziani, impegnandoli in media per un’ora e mezza al giorno. Ma guardando oltre la superficie, la soddisfazione personale percepita prende pieghe inaspettate, fortemente legate al genere.
Il volontariato, ad esempio, emerge come un formidabile elisir di felicità, ma quasi esclusivamente per gli uomini, in particolare se svolto durante il fine settimana. Dedicare due o tre ore nel weekend ad associazioni o ad attività di quartiere, infatti, regala agli uomini un forte senso di utilità, riconoscimento sociale e gratificazione emotiva. Per le donne, invece, l’effetto positivo del volontariato appare molto più sfumato e meno determinante.
Al contrario, la gioia di fare i nonni è soprattutto delle nonne. Badare ai nipoti durante la settimana aumenta in modo significativo la soddisfazione di vita delle donne, ma a patto che non si esageri. Il modello statistico mostra infatti una relazione non lineare: qualche ora insieme ai bambini dona energia e senso di continuità familiare, ma quando l’impegno diventa quotidiano, o si allunga nei weekend, assimilabile a un lavoro a tempo pieno senza paracadute, il beneficio svanisce lasciando il posto al sovraccarico e allo stress.
Il vero tasto dolente, tuttavia, riguarda l’assistenza agli anziani o ai familiari disabili. Nella società italiana, dove il welfare pubblico offre poche alternative alle cure domestiche per la cura degli individui fragili, questo peso ricade quasi interamente sulle spalle delle donne. E i dati lo dimostrano senza appello: accudire un adulto dipendente riduce drasticamente il benessere delle donne over 60, con un crollo della soddisfazione che diventa particolarmente acuto nei fine settimana, quando l’assistenza priva la persona del necessario riposo e impedisce di avere spazi di svago e di tempo libero.
Il lavoro retribuito può rappresentare, per la persona anziana, una fonte di soddisfazione di vita, offrendo continuità identitaria, riconoscimento sociale, relazioni interpersonali e sicurezza economica. Tuttavia, i risultati del presente studio non evidenziano un’associazione uniformemente positiva: se nelle analisi descrittive gli anziani che lavorano riportano una maggiore soddisfazione, nelle analisi multivariate l’associazione con il tempo dedicato al lavoro risulta debole e varia secondo il genere e il giorno della settimana. In particolare, tra le donne emerge una lieve associazione positiva nei giorni feriali e negativa nel fine settimana.
“Questo andamento – sottolinea Alessandra Buja – suggerisce che lavoro può dare soddisfazione in età anziana, ma a seconda della sua compatibilità con il riposo, le relazioni familiari e la disponibilità di tempo libero. La possibilità di scegliere se e quanto lavorare e l’equilibrio tra impegno e gratificazioni costituiscono quindi possibili chiavi interpretative, sebbene tali dimensioni non siano state misurate direttamente e il disegno trasversale non consenta conclusioni causali”.
Invecchiare bene non significa semplicemente “fare cose”
Lo studio lancia quindi un messaggio chiaro alla politica e alla società: invecchiare bene non significa semplicemente “restare produttivi”. Le attività sono salutari solo quando sono frutto di una libera scelta, sono socialmente riconosciute e non vanno a intaccare la libertà individuale. Per trasformare l’invecchiamento attivo da slogan a realtà, servono servizi di supporto alle famiglie e alle donne, affinché la cura degli altri non si trasformi in una trappola per la propria felicità.






