Giochi estremi in rete, Igor suicida a 14 anni. Il pericolo nascosto nelle nuove tecnologie

Il commento del dott. Adriano Formoso, Psicoterapeuta e Psicoanalista di gruppo, sulla vicenda del ragazzo di 14 anni che con il gioco virtuale ha sfidato la morte

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Milano, 15 settembre 2018 – Igor è stato ucciso da un contesto storico e culturale in cui il narcisismo smodato rappresenta la causa scatenante di molte disfunzioni comportamentale delle persone e soprattutto dei giovani.
In questo caso la vittima è un adolescente di 14 anni che ha confidato eccessivamente in quel l’immagine di sé edulcorata dalle sue prestazioni atletiche con le quali riusciva a confrontarsi e a padroneggiare anche le pareti rocciose.

La morte di questo ragazzo e il sacrificio offerto dai suoi genitori e dalle persone che lo amano affinché non ci si distragga davanti all’educazione di futuri uomini soprattutto nell’età caotica in cui esplodono ormoni, pensieri e passioni.
Per prestare la giusta attenzione alla società che hanno ereditato i nostri ragazzi non è necessario demonizzare il mondo virtuale e tecnologico né gli strumenti utili al progresso della comunicazione.

Come specialista e come genitore ribadisco quanto sia necessario non scagliarsi contro gli strumenti a disposizione della società ma i contenuti che la morale e l’etica, la scienza e il buon senso, ritengono impropri dannosi e pericolosi.

Sono stato un bambino degli anni 80 quando ancora internet non esisteva eppure ho assistito direttamente a esperienze in cui l’idea della propria grandiosità, espressa attraverso il divertimento di guardare in faccia la morte con quel che si poteva fare allora, ha reciso giovani vite. Dal guidare impropriamente l’auto della mamma a gran velocità senza patente fino a schiantarcisi, al venire investiti da un treno per un assurdo gioco.

I bambini di quell’epoca scendevano in cortile a giocare da soli riscuotendo la fiducia dei genitori e talvolta si poteva giocare a pallone anche per le strade del paese a nord di Milano in cui sono cresciuto. Un paese di pendolari dove si giocava nei prati vicino ai binari delle Ferrovie Nord Milano. Ricordo quando, con l’incoscienza di un coraggio bugiardo, un mio amico perse la vita per il brivido di spostarsi in tempo dai binari all’arrivo del treno. Ripenso al bisogno di alcuni ragazzi di sentirsi potenti e invulnerabile, di poter lanciare sfide con un falso agonismo che porta all’antagonismo e all’antisocialità.

Sicuramente alcuni aspetti deleteri dell’era di internet generano ulteriori occasioni di comportamenti sbagliati e stili di vita disfunzionali. Durante le mie conferenze i gruppi psicoanalitici che conduco, ho spesso appurato delle implicazioni tra l’utilizzo smodato di Internet da parte dei ragazzi e le famiglie nelle quali essi vivono.

Purtroppo con molti genitori nevrotici e molto ansiosi ho scoperto che le nuove tecnologie rassicurano questi genitori nel vedere il proprio figlio in casa immobilizzato a giocare sulla Play Station piuttosto che viverne brevi distacchi negando loro la fiducia di sapersi gestire e vivere al di fuori della propria casa.

Quindi la rete trova terreno fertile nelle famiglie in cui si vivono patologicamente i legami e dove regnano intensi timori di abbandono. Famiglie dove sia ha la necessità di mantenere una posizione di potere e di inutile controllo sui propri figli. Un controllo dannoso perché proprio mentre mamma cucina o fa i mestieri, il proprio figlio si intrattiene davanti al computer in condizioni meno rassicuranti rispetto a quando i bambini si trovavano in strada a giocare tra loro.

Igor, descritto come giovane scalatore coraggioso nell’affrontare prove sulle pareti rocciose ha purtroppo appoggiato con eccessiva sicurezza il piede su un punto sbagliato del suo cammino per poter misurare e constatare la propria resistenza e abilità. Ha voluto misurarsi con qualcosa di pericoloso che non ha nulla a che vedere con gli sport estremi e la montagna, un qualcosa che viene definito gioco e chiamato blackout, che mette alla prova la propria resistenza al soffocamento e la capacità di sopravvivenza spingendosi al confine con la propria morte.

Igor trovato morto nella sua camera dai suoi genitori si è soffocato con una corda da montagna, quello che apparentemente era sembrato un suicidio si è scoperto con le indagini che il ragazzo non voleva togliersi la vita ma che abbia esagerato nella sfida del blackout, una pratica che consiste del privarsi dell’area per periodi sempre più lunghi fino a svenire per poi riprendere conoscenza.

Purtroppo in rete da molto tempo girano dei video che spiega come funziona questa assurda pratica chiamata gioco che può essere mortale. I genitori del ragazzo hanno scelto di dare risalto a questa drammatica esperienza permettendo di diffondere il nome e la foto di Igor per denunciare questo rischio che incombe nel percorso di sviluppo dei ragazzi e perché tragedie come queste possano non ripetersi più. Hanno scelto anche di lanciare un appello alle famiglie e ai genitori spiegando che malgrado le loro attenzioni alla crescita del figlio, la loro vicinanza non è stata abbastanza per prevenire tutto questo.

Sento fortemente la necessità, sia in qualità di psicoterapeuta dello sviluppo che di gruppo, di sottolineare quanto siamo tutti chiamati quotidianamente ad impegnarci non solo per dare una testimonianza educativa ai nostri ragazzi ma, soprattutto, per verificare come ci hanno capiti e come si pongono in relazione verso le nostre proposte educative.

Ho sempre sostenuto con i miei pazienti e le persone che incontro che non è importante solo quello che mettiamo a disposizione nell’educazione dei ragazzi ma è molto più importante aiutare loro a fare propri degli strumenti utili al loro sviluppo, a loro sereno equilibrio e adattamento nella società.

Perché la morte di Igor sia la nascita di coscienza, consapevolezza, crescita e prevenzione.
La tentazione e il male fanno parte dell’esistenza umana, il problema non va affrontato solo oscurando i siti o perseguendo gli spacciatori di morte e sadismo. Dobbiamo rendere efficace la coscienza dei ragazzi e il nostro compito di educatori.

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