Perdita di appetito e dimagrimento nei malati oncologici: scoperti i primi segnali nel tessuto adiposo
Nei tumori gastrointestinali, i meccanismi che “consumano” il tessuto adiposo sono attivi già alla diagnosi, anche nei pazienti che non hanno ancora sviluppato cachessia. Un altro filone di ricerca collega la perdita di appetito a una molecola misurabile nel sangue
Parma, 30 ottobre 2026 – Quando una persona con un tumore dimagrisce in modo evidente, il processo che consuma l’organismo è in realtà iniziato da tempo. È il messaggio che emerge dalle ricerche condotte negli ultimi anni dal gruppo del Dipartimento di Medicina Traslazionale e di Precisione della Sapienza Università di Roma e presentate al IX Congresso Nazionale della SINuC che si è svolto a Parma.
Studiando pazienti appena diagnosticati, prima di qualsiasi terapia, i ricercatori hanno osservato che il tessuto adiposo è già un bersaglio della malattia. La valutazione nutrizionale, quindi, dovrebbe iniziare dal giorno della diagnosi, non quando la perdita di peso diventa visibile.
La cachessia è la perdita involontaria di peso, muscolo e grasso che accompagna molti tumori. Peggiora la tolleranza alle cure, la qualità della vita e la prognosi. Per anni l’attenzione si è concentrata soprattutto sul muscolo; il gruppo della Sapienza ha scelto di guardare al tessuto adiposo, considerato non un semplice deposito di energia ma un organo attivo.
I ricercatori hanno analizzato piccoli campioni di grasso sottocutaneo prelevati durante l’intervento chirurgico in pazienti con tumore dello stomaco, del pancreas o del colon-retto, confrontandoli con quelli di persone operate per condizioni benigne. In uno studio pubblicato su Cancer & Metabolism (2024), gli enzimi che demoliscono i grassi, ATGL e HSL, risultavano più espressi nei pazienti oncologici. L’aumento era presente anche in chi non aveva ancora i criteri della cachessia, ed era più marcato nei tumori dello stomaco e del pancreas.
“I nostri studi indicano che il tumore agisce sul tessuto adiposo e sull’appetito molto presto, spesso prima che il paziente o il medico se ne accorgano – spiega il prof. Alessio Molfino, Ordinario di Medicina all’Università Sapienza di Roma – Per questo la valutazione nutrizionale dovrebbe far parte del percorso di cura fin dal primo giorno. Si tratta di risultati ottenuti su gruppi di pazienti ancora limitati, che andranno confermati in studi più ampi, ma che aprono la strada a marcatori capaci di riconoscere precocemente chi è a rischio”.
Per capire se questi cambiamenti si possano riconoscere con un semplice prelievo di sangue, i ricercatori hanno analizzato i campioni di pazienti con tumore dell’apparato digerente, prima delle cure, e di persone senza tumore. Nei pazienti oncologici i livelli di alcuni microRNA erano più alti. Uno in particolare, il miR-155, era più elevato in chi aveva già sviluppato cachessia e aveva meno grasso corporeo: in futuro potrebbe diventare un marcatore utile, se i dati saranno confermati.
Quando l’appetito scompare, guardare il GDF-15
“Accanto al consumo dei tessuti c’è l’altro grande problema dei pazienti oncologici: la perdita di appetito, che ha una base biologica – sottolinea il prof. Maurizio Muscaritoli, Presidente SINuC – in uno studio pubblicato su Cancers, abbiamo misurato in 59 pazienti con tumore gastrointestinale o polmonare, i livelli di GDF-15, una molecola prodotta in condizioni di stress e infiammazione che agisce sui centri cerebrali del senso di sazietà. I livelli erano più alti nei pazienti oncologici rispetto ai controlli e, tra i pazienti, più alti in chi aveva perso l’appetito. Tema di grande attualità perché GDF-15 è il bersaglio di nuovi farmaci in sperimentazione contro la cachessia”.





