Vaccini, prima arma di difesa dalle malattie infettive. Utilizzo improprio di antibiotici causa resistenze batteriche

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A cura del prof. Pierluigi Lo Palco, Professore di Igiene e Medicina Preventiva, Università di Pisa

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Prof. Pierluigi Lo Palco

Quando si parla della protezione fondamentale apportata dai vaccini, ad esempio quello per l’influenza, è necessario partire da un presupposto: riducendo le infezioni, automaticamente si limita l’uso di antibiotici. Questo è vero e dimostrato soprattutto nel caso dell’influenza, in particolare nel periodo invernale, quando aumenta l’uso di antibiotici: ancora troppo spesso questi farmaci vengono utilizzati impropriamente, visto che per curare per l’influenza l’antibiotico non serve. Ed è l’utilizzo improprio a far scattare le resistenze batteriche.

Secondo gli ultimi dati del ministero della Salute, le coperture vaccinali della stagione 2017/2018, aggiornate al 19 giugno 2018, sono sostanzialmente stabili (15,3%) rispetto alla stagione precedente (15,1%).

Insieme a quello per l’influenza, un altro vaccino per cui esistono evidenze molto chiare è quello contro lo pneumococco, causa di infezioni batteriche molto gravi. L’uso massivo della vaccinazione, non solo diminuisce il ricorso agli antibiotici per curare questo tipo di patologie, ma fa sì che vengano sempre più ridotti i ceppi di questo batterio, resistenti agli antibiotici.

Entrambi gli esempi fatti riprendono i due modelli su cui ci sono delle evidenze provate tramite studi e che ci confermano come si possa abbattere antibiotico-resistenza.

Un altro aspetto importante da tenere in considerazione è la vaccinazione degli operatori sanitari, tramite la quale cui si riduce la circolazione dei microorganismi all’interno delle strutture sanitarie. Purtroppo, a oggi, non possiamo sapere quanti operatori sanitari vengono vaccinati ogni anno per influenza, ma in media non viene superato il 20 per cento del totale.

La mancata vaccinazione è dettata dalla pigrizia da parte dell’operatore che non pensa di essere a rischio e mette in secondo piano la salute del paziente. Troppo spesso ci si dimentica quanto questo aspetto sia importante. Al momento esistono delle campagne negli ospedali per invitare i dipendenti a vaccinarsi gratuitamente, insieme a raccomandazioni generiche da parte del Ministero, ma hanno poca presa sugli stessi.

Il problema principale relativo alla diffusione di malattie in ambito assistenziale si verifica quando si trattano persone che hanno già altri problemi di salute (anziani fragili o bambini immunodepressi…): in questo caso la vaccinazione assume un valore fondamentale.

Anche per quanto riguarda altri tipi di malattie infettive non c’è un piano per gli operatori sanitari. In Italia ci sono tanti adulti dai 30 ai 50 anni che non hanno mai avuto il morbillo e che non sono stati vaccinati da bambini. Per chi lavora in ufficio non ci sono grossi problemi, ma ce ne possono essere per un operatore sanitario, maggiormente esposto all’infezione e che può trasmettere a sua volta la malattia alla popolazione con cui entra in contatto. Si tratta fondamentalmente di un problema anagrafico, che si aggiunge al fatto che tra gli operatori sanitari non c’è mai stata una politica di vaccinazione attiva, e non si è mai pensato di offrire vaccini a quarantenni.

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