Uno studio dimostra che i disastri naturali hanno effetti sul cuore

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ESC Congress 2016: Lo stress mentale, la paura e i drammatici cambiamenti ambientali causano una anomala attivazione del sistema nervoso simpatico che determina cascate ormonali che interferiscono con pressione arteriosa, aumento della coagulazione e l’attività delle piastrine, fattori che possono agire come ‘scatenanti’ di eventi cerebrovascolari. Lo studio sullo tsunami del Giappone mostra effetti a lungo termine sui ratei di insufficienza cardiaca, 1.66 volte in più nelle zone colpite

tsunami-giapponeRoma, 30 agosto 2016 – “Stress, traumi e cuore non sono buoni amici e se un po’ di emozioni sono di certo le spezie dell’esistenza, l’eccesso ha effetti diretti sull’organo cardiaco – spiega Leonardo Bolognese, direttore Cardiologia ospedale di Arezzo – Già alcuni studi avevano mostrato un aumento dei casi di insufficienza cardiaca congestizia (CHF) dopo il terremoto e lo tsunami che hanno colpito il Giappone nel 2011, ma si trattava di studi che riferivano dei dati episodici mentre all’ESC 2016 viene presentata una nuova ricerca giapponese che si è posta l’obbiettivo di determinare gli effetti a lungo termine del disastro mettendo a confronto dati clinici degli abitanti di aree più vicine all’epicentro del disastro in un periodo di 2-4 anni, misurando i dati epidemiologici secondo i parametri dello studio Framingham”.

La severità dei danni in ogni municipio colpito è stato valutato sulla percentuale di inondazione. Le aeree più severamente colpite erano definite da un valore PFTA > maggiore del 30% (alto impatto) mentre le zone con PFTA inferiore a 30 sono state assegnate come aree di controllo in cui l’impatto del disastro era stato più basso.

L’11 marzo 2011 un terremoto di magnitudo 9 secondo la scala Richter con epicentro nel nord est del Giappone ha provocato un violento tsunami che è costato la vita a oltre 15 mila persone e rase al suolo 130 mila abitazioni. Nella prefettura di Iwate, a più di 100 km dall’epicentro del terremoto e a più di 200 dalla centrale nucleare di Fukushima, ha provocato altri danni rilevanti che hanno contribuito alla distruzione dell’impianto nucleare omonima. Gli effetti si sono protratti per molti mesi con migliaia di persone che hanno perso la propria casa, hanno vissuto in ricoveri, in un’area devastata dalla furia della natura senza gas, acqua, elettricità e collegamenti telefonici, situazione che si è protratta per settimane e mesi.

L’incremento dei casi di sindrome coronarica acuta, cardiomiopatie, embolismo polmonare ed eventi acuti cerebrovascolari si è evidenziato immediatamente, sia a causa dello stress acuto che della mancanza di servizi efficienti e la carenza di medici e volontari.

Un precedente studio (Stroke, 2013; 44 1518-1524) aveva rivelato che il rateo di incidenza di CHF tra gli uomini anziani nelle aree più colpite dagli allagamenti era raddoppiato durante le 4 settimane successive dalla data del disastro. Altre ricerche avevano già mostrato importanti alterazioni della pressione sanguigna dopo forti terremoti, uragani, incidenti nucleari e aumento dei livelli serici di colesterolo, trigliceridi, ematocrito, fibrinogeno e fluidità del sangue.

Lo stress mentale, la paura e i drammatici cambiamenti ambientali causano una anomala attivazione del sistema nervoso simpatico che determina cascate ormonali che interferiscono con pressione arteriosa, aumento della coagulazione e l’attività delle piastrine, fattori che possono agire come ‘scatenanti’ di eventi cerebrovascolari.

Duranti i 6 anni di sorveglianza sono stati identificati 2.059 nuovi casi di CHF. Il rateo di incidenza standard durante il 2011 e nel triennio successivo 2012-2014 è stato determinato dal numero dei casi osservati in relazione a quelli attesi calcolati sulla base degli anni 2009 e 2010 precedenti al disastro.

Quando il rateo di incidenza dell’insufficienza cardiaca è stato paragonato tra le aree più colpite e quelle meno interessate, il numero dei casi era 1.66 volte più elevato nell’anno dello tsunami e rimaneva alto in due anni successivi, mentre nelle zone meno colpite non si evidenziavano differenze significative nell’incidenza. E i casi erano direttamente proporzionali all’impatto sull’ambiente e sulla percentuale di popolazione evacuata.

fonte: ufficio stampa

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