Nel DNA il segreto del mal di schiena. La scoperta apre a nuove strategie di prevenzione

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Uno studio dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi ha individuato un gene predisponente alla degenerazione del disco vertebrale

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Dott.ssa Alessandra Colombini

Milano, 28 febbraio 2017 – Il mal di schiena, che affligge 8 italiani su 10 e rappresenta una delle prime cause di assenza dal posto di lavoro, da oggi ha un responsabile in più: il gene del recettore della vitamina D.

I ricercatori dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi hanno individuato una particolare variante del gene del recettore della vitamina D che, se presente, è associata al processo di degenerazione del disco vertebrale.

Lo studio, condotto della dott.ssa Alessandra Colombini, ricercatrice del Laboratorio di Biotecnologie applicate all’ortopedia, si colloca in un progetto europeo di più ampio respiro, GENODISC, che ha coinvolto l’IRCCS Galeazzi dal 2007 al 2013, in particolare l’unità operativa di Chirurgia Vertebrale III – scoliosi, guidata dal dott. Marco Brayda-Bruno.

Grazie a questo progetto i ricercatori hanno studiato, in 2.000 pazienti in tutta Europa, le patologie legate alla degenerazione del disco intervertebrale, la struttura fibro-cartilaginea che fa da ‘ammortizzatore’ tra una vertebra e l’altra. Il progetto ha permesso di approfondire sia gli aspetti strutturali e biomeccanici, sia quelli nutrizionali, biologici e genetici delle patologie discali.

Lo studio della dott.ssa Alessandra Colombini, che si è avvalsa della collaborazione della prof.ssa Sabina Cauci dell’Università di Udine, ha analizzato il DNA di 200 pazienti italiani con patologie della colonna, allo scopo di valutare la correlazione tra la degenerazione discale e le varianti nel gene del recettore della vitamina D, un potente ormone che da studi di biologia di base ha dimostrato di avere effetti metabolici a livello delle cellule presenti nel disco intervertebrale.

“Abbiamo individuato delle varianti, dette polimorfismi, nel gene del recettore della vitamina D che possono essere considerate predisponenti per lo sviluppo della degenerazione del disco intervertebrale – afferma la dott.ssa Colombini – questo indipendentemente dall’ associazione delle patologie discali con specifici fattori di rischio osservati nel nostro studio, come la storia familiare, l’età avanzata, il fumo, l’obesità, la frequente esposizione a vibrazioni e un’attività lavorativa che richieda un notevole sforzo fisico”.

Questa scoperta apre la strada a nuove strategie di prevenzione: non è infatti possibile cambiare questa propensione scritta nel DNA, ma è sicuramente utile esserne consapevoli e adottare uno stile di vita sano, evitando di esporsi anche ai fattori di rischio ambientali, per ritardare l’insorgere del mal di schiena cronico e limitare gli effetti negativi sulla qualità della vita.

fonte: ufficio stampa

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