Nella mente del terrorista, l’ambizione di un passaggio alla storia. Le ragioni della ‘follia’

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Intervista al Presidente del Gruppo Italiano Studio Terrorismo GRIST, Carmine Munizza, già Presidente Società Italiana di Psichiatria (SIP), Primario Emerito Psichiatria Ospedale San Giovanni Bosco di Torino

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Torino, 21 ottobre 2017 – A margine del primo evento pubblico promosso dal GRIST, Gruppo Italiano Studio Terrorismo (il dibattito tra Procuratore della Repubblica Armando Spataro e il Direttore della Rivista di Geopolitica “Limes” Lucio Caracciolo, su “Terrorismo, violenza, radicalizzazione, in occasione della presentazione dell’Associazione al Palagiustizia di Torino), di seguito un approfondimento sulle dinamiche mentali della scelta terrorista, con le domande che molti si pongono e le risposte del Presidente GRIST, dott. Carmine Munizza, già Presidente Società Italiana di Psichiatria (SIP), Primario Emerito Psichiatria Ospedale San Giovanni Bosco di Torino.

Dottor Munizza, nel GRIST compaiono diversi professionisti dell’ambito psichiatrico, Lei per primo come Presidente. Qual è l’interesse che può avere uno psichiatra rispetto al fenomeno noto come “terrorismo internazionale di matrice islamista” (TIMI), emerso negli ultimi decenni?
Il fenomeno è di carattere marcatamente politico-militare e le possibili ipotesi esplicative vanno ricercate soprattutto nella storia, nell’economia e nella geopolitica. La Psichiatria si occupa delle ricadute dell’atto terrorista sulla mente delle vittime dirette e indirette – argomento che rientra nel più ampio e noto compito della presa in carico clinica delle conseguenze mentali delle catastrofi – e sulla mente dell’autore, il che rimanda all’altrettanto ampio capitolo della presa in carico clinica degli autori di reato.

Ma è anche interesse della Psichiatria sgombrare il campo da due possibili equivoci concettuali, che possono insorgere di fronte ad atti terroristici particolarmente eclatanti: primo, che tali atti possano essere attribuiti alla malattia mentale e, secondo, che esista la possibilità di identificare alcuni elementi di carattere socio psicologico sufficienti a ‘spiegare’ la scelta del terrorismo e a costituire gli ingredienti costanti di una specifica ‘mente’ o ‘personalità’ terrorista.

Non esiste un identikit del terrorista-tipo?
No, tutta la letteratura e le ricerche sul tema attestano che non ci sono argomenti validi per una tranquillizzante derubricazione dell’atto terrorista a sintomo di follia: dobbiamo rassegnarci a considerare la mente del terrorista, da un punto di vista psichiatrico, normale.

Ma come è possibile che una mente ‘normale’ scelga di aderire al terrorismo?
Non è possibile dare una risposta generalizzata, la ricerca e la letteratura dimostrano che non è possibile, da un punto di vista socio-psicologico, descrivere una ‘personalità terrorista-tipo’: infatti la lettura di alcune biografie di terroristi depone per il fatto che più che di una ‘psicologia del terrorista’ o di un identikit psicologico, si debba parlare di tante ‘psicologie’ dei terroristi, accettando il fatto che l’atto di terrorismo è, da un punto di vista psicologico, l’esito di percorsi biografici che possono essere anche molto diversi tra loro.

Perché allora la collettività di fronte al terrorismo associa subito la malattia mentale?
Perché è una reazione emotiva a questi atti, che può portare ad attribuirli alla follia o, con termine più moderno, alla psicosi, perché in questo modo il cittadino opera un distanziamento spontaneo di fronte a ciò che appare disumano, mostruoso, inaccettabile, e tende a considerare gli aderenti al TIMI squilibrati, indottrinati, radicali, ecc.

Va però anche detto che l’effetto psicologico viene appositamente perseguito dal terrorista, che mette in atto una forma sofisticata di guerra psicologica, nella quale a essere ricercato, più del danno arrecato alle vittime dirette, è l’effetto alone su quelle indirette, la cui reazione ha perciò molta importanza nel risultato. Il terrorismo è una forma atipica di guerra, condotta per lo più da soggetti informali, senza limiti e senza convenzioni.

Ma allora come si deve valutare la scelta di sterminare un numero elevato di civili innocenti con la strage?
Non è possibile valutare l’equilibrio mentale di chi ricorre al terrorismo senza considerare che, da un punto di vista militare, esso è spesso l’unico strumento che può consentire a un piccolo gruppo di soggetti, determinati a portare danno a un nemico infinitamente più potente e armato, di riuscirci in termini di mezzi/risultati. Anche un singolo terrorista può arrecare un danno immenso avvalendosi di strumenti di facile reperibilità, come un camion, e qui entra in gioco l’effetto psicologico di alone che questo può determinare.

Quanto alla scelta di colpire la popolazione civile, anch’essa deve essere considerata in rapporto con l’impossibilità, o la maggiore difficoltà, da un punto di vista tecnico, di colpire i militari. Si tratta, dunque, nell’uno e nell’altro caso, di scelte che certamente possono essere condannabili sul piano della morale, ma che sotto il profilo della logica di chi le compie tutto possono essere considerate fuorché irrazionali.

Ma il suicidio, l’esposizione di se stessi a morte certa per uccidere un nemico, non è segnale di follia?
Il rapporto tra suicidio e malattia mentale è da sempre controverso. Unanime, però, è oggi l’idea che la scelta del suicidio, anche se più frequente nelle persone affette da disturbi mentali, può nascere anche al di fuori della malattia mentale.

Il suicidio di chi è affetto da una malattia mentale avviene tipicamente in silenzio, nell’ombra e in solitudine… altro che stragi! Stragi semmai solo di se stessi, conclusione spesso di lunghe e tristi storie di abbandono e sofferenza.

Il terrorista ha almeno due ragioni per commettere il suicidio al di fuori di un quadro di irrazionalità: la prima è l’accettazione di esporsi a morte certa, qualora sia difficile sul piano tecnico colpire l’avversario risparmiando la propria vita; la seconda è legata al convincimento di carattere religioso che il proprio martirio, il proprio sacrificio per la ‘giusta causa’, la ‘causa di dio’, abbia un premio dopo la morte.

Nel campo delle malattie mentali gravi, peraltro, omicidio e suicidio sono fenomeni presenti ma poco frequenti, e si presentano in genere con caratteristiche molto diverse da queste. Per questo la Psichiatria ha anche il dovere di richiamare l’attenzione sul rischio che l’attribuzione, non supportata dai dati, di questi atti alla malattia mentale, può comportare stigma per coloro che ne sono realmente affetti.

Ci sono spiegazioni  sociologiche nella scelta terrorista?
Come non ha avuto fortuna il tentativo di espellere la scelta terrorista dalla sfera pubblica, razionalizzandola attraverso la Psichiatria, analoga sorte è toccata alle spiegazioni sociologiche, basate sulla marginalizzazione nella sfera sociale e familiare, e a quelle psicologiche che rimandano complessivamente a una condizione di malessere.

Certo non è possibile escludere che soggetti affetti da turbe di natura psicotica o da deprivazione sociale possano decidere di prendere parte al TIMI, come ad ogni altro fenomeno sociale, ma sarebbe fuorviante pensare che la maggior parte dei soggetti aderenti abbiano queste caratteristiche.

C’è una caratteristica individuale come denominatore comune di questi attori di stragi?
Possiamo dire che i fattori psicologici in gioco nel terrorismo, e nel TIMI in modo particolare, sono simili a quelli che è possibile riscontrare alla base dell’arruolamento volontario in altri tipi, diciamo più tradizionali, di guerra. Esiste, insomma, un passaggio psicologico, che non è per niente scontato, tra il fatto di avvertire qualcosa che non va nella storia ed essere disposti ad ammazzare per aggiustarlo, o essere anche disposti a farsi ammazzare per questo.

Pertanto è sempre necessario esplorare caso per caso, per comprendere perché alcuni provino la necessità di trasformarsi da uomini comuni in ‘eroi’ della ‘giusta’ causa in cui credono.

Naturalmente non si può certo considerare impossibile che singole personalità psicopatiche si facciano trascinare dai messaggi che i leader del TIMI lanciano, anche nel web, ma è più probabile che l’aspirante terrorista sia convinto di agire per la ‘causa giusta’, convinzione che protegge dai sentimenti di colpa molto più di un fattore psicopatico, soprattutto se si agisce ‘in nome di dio’, anche perché il richiamo all’appartenenza religiosa aiuta a dare un taglio netto tra il bene e il male.

Inoltre l’essere calati in un mondo in cui la morte violenta di massa è quotidiana ha effetti inevitabili sul sentimento del ‘valore degli altri’, inducendo una possibile disponibilità all’assassinio.

È allora la ‘psicologia dell’eroe’ ciò su cui si fonda il reclutamento dei kamikaze?
Certamente il Califfato gioca sull’eroismo, sull’ideale, e la gioventù è proprio l’età nella quale più facili sono adesione a ideali, aspirazione alla purezza, disponibilità al sacrificio, sete di gloria, momento di conversioni radicali e ribellioni.

Il giovane ha fame di ideali in nome dei quali eventualmente immolarsi, di buone cause per cui adoperarsi: su questa base alcuni studiosi evidenziano proprio come il fattore generazionale sia elemento più strettamente associato al TIMI dello stesso credo religioso, tanto che i luoghi di reclutamento ideali potrebbero essere le palestre e altre situazioni di aggregazione giovanile, più delle moschee.

Il meccanismo sfrutta infatti la spinta generazionale verso l’ideale in sé, che può ribaltarsi nel giovane nella tendenza verso un ideale negativo e nell’ambizione di un appagamento legato all’apparizione mediatica, un ‘passaggio alla storia’ più facile e breve da ottenere, per il suo sensazionalismo.

Il sentimento religioso che valenza ha in tutto questo, visto che ricorre così spesso la “causa di dio”?
È riduttivo considerare il riferimento alla religione soltanto come fattore identitario, perché la scelta terrorista può essere supportata da un sentimento religioso autentico, che spesso corrisponde a una conversione, momento che non può essere semplicisticamente liquidato come momento di esaltazione eventualmente ‘patologica’, ma deve essere colto in tutta la sua complessità e importanza.

Sono elementi delicati, che hanno a che fare con il rigetto di una condizione precedente e attengono al mondo privato, dei sentimenti personali, e come tali devono essere considerati con estrema prudenza, ma senza trascurare la loro importanza nella scelta.

Una Sua conclusione, Presidente?
Direi che l’adesione al TIMI è, comunque, una scelta personale che dovrebbe essere presa sul serio come tale e che, almeno in linea di principio, potrebbe anche nascere esclusivamente da convincimenti di carattere politico, sufficientemente investiti sul piano passionale e su quello progettuale, senza la presenza di nessun particolare fattore psicologico facilitante, come del resto avviene per ogni altro possibile atto umano.

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