Fecondazione assistita, solo il 5% di seme maschile è made in Italy. Servono incentivi alla donazione di spermatozoi

spermatozoi

Roma, 17 ottobre 2019 – Gli uomini sani ne producono milioni ma solo uno ce la fa. È la gara spietata per la procreazione fatta di speranze, attese e tentativi. Per il 35% degli uomini la fecondazione naturale è una strada chiusa: cause genetiche, congenite, malattie o esposizione a fattori ambientali possono alterare la qualità o la quantità degli spermatozoi in modo da rendere impossibile il concepimento.

“L’alternativa è quella di ricorrere al seme di un donatore, una pratica che può diventare costosa per motivi di importazione: infatti l’Italia conta un numero esiguo di donatori perché nel nostro paese (al contrario di ciò che avviene altrove) la donazione di gameti e quindi del prezioso seme maschile, deve essere un atto volontaristico e gratuito. Il tavolo tecnico di esperti sulla Procreazione Medicalmente Assistita istituito presso la Conferenza Stato Regioni ha calcolato che il 95% dei gameti maschili viene acquistato dalle banche estere e solo il 5% è Made in Italy”, sottolinea il prof. Salvatore Sansalone specialista in Andrologia e Urologia all’Università di Tor Vergata e consulente urologo del Ministero della Salute.

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“Mentre nei paesi anglosassoni ad esempio è previsto un rimborso che permette a molti giovani uomini di mantenersi o pagarsi una quota degli studi. In molti paesi il rimborso per ogni donazione raggiunge e supera i 2.000 euro”, prosegue Sansalone.

Nel 2016 in Italia sono stati eseguiti 2.993 cicli di PMA eterologa (che prevede la donazione dell’ovocita o del seme) che hanno richiesto l’importazione di quasi mille pailettes (fiale) di spermatozoi acquistati prevalentemente da paesi europei. 1611 cicli pari al 25.8% del totale sono stati eseguiti con seme da donatore.

Fatti i debiti calcoli solo in 241 procedure è stato usato del seme italiano: “Spedire del materiale biologico come i gameti potrebbe comprometterne la qualità e diminuire i ratei di successo – spiega il prof. Sansalone – sarebbe quindi opportuno incentivare la donazione tra italiani magari prevedendo un risarcimento in servizi o altri tipi di contributi”.
A questi si devono aggiungere le circa 10mila coppie che ogni anno si recano all’estero per effettuare un trattamento di fecondazione assistita. Il generale calo della fertilità accusato in tutti i paesi occidentali ha fatto decollare quella che all’estero si sta trasformando in una vera e propria industria.

Le banche più importanti si trovano in Danimarca (Cryos): serve oltre 100 paesi, il sito web è tradotto in 19 lingue, spediscono il seme ad aziende pubbliche e private ma anche a coppie o donne single che ne facciano richiesta e con litri di seme è possibile far nascere oltre 5.000 bambini. Cryos si avvale di un pool stabile di circa 700 donatori selezionati per caratteristiche fisiche e stato di salute rigorosamente monitorato.

A Copenhagen c’è la European Sperm Bank i cui donatori hanno tra i 18 e i 40 anni e devono aver ottenuto una sorta di certificazione di qualità del seme che ha solo un uomo su 20, seguono Spagna, Belgio, Repubblica Ceca e Austria. In alcuni casi la coppia sa ben poco delle procedure di selezione dei donatori, i criteri di conservazione e le modalità di quel delicato materiale in cui ripongono tutte le loro speranze.

Le banche del seme italiane conservano per la maggior parte campioni raccolti come ‘polizza’ per il futuro procreativo del proprietario, quando ad esempio, in previsione di terapie oncologiche, voglia preservare spermatozoi sani.

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