Coronavirus, infermieri Nursing Up: “Altro che fase 2, al Nord permane il caos organizzativo”

Roma, 9 aprile 2020 – Si è tenuta, convocata dal presidente del sindacato, una riunione di coordinamento in conference call con le strutture regionali e sovra territoriali Nursing Up del nord Italia, per verificare la situazione organizzativa nelle aziende sanitarie più colpite dal Covid-19. L’incontro si è reso necessario a causa delle continue segnalazioni giunte al sindacato da parte dei colleghi che operano in trincea, nonostante le molteplici rassicurazioni di fonte politica degli ultimi giorni. Altro che fase 2, al nord permane il caos organizzativo: le mascherine Ffp3 sono introvabili e le Ffp2 scarseggiano. È così che gli infermieri continuano ad infettarsi.

Gli infermieri operanti sul territorio, a fronte di timidi miglioramenti, continuano a segnalare che accadono ancora fatti gravi. Dal confronto sono emerse in maniera preponderante una serie di problematiche irrisolte che con estrema difficoltà le delegazioni locali stanno affrontando in queste ore.

Tra le più spinose, le delegazioni segnalano che in tutte le regioni interessate sono praticamente introvabili le mascherine Ffp2, quelle che garantiscono una idonea protezione contro la cosiddetta aerosolizzazione, mentre le Ffp3, che comunque non garantiscono gli stessi livelli di protezione contro il rischio di infezione da aerosolizzazione, vengono erogate con il contagocce.

Dott. Antonio De Palma

In Liguria tute e mascherine vengono centellinate e permangono i problemi di approvvigionamento, criticità elevate vengono riscontrate anche nelle RSA e nelle strutture private per anziani, mentre i tamponi iniziano ad essere effettuati, ma ancora non sono stati coinvolti tutti gli operatori sanitari.

Neanche nella regione Lombardia, i tamponi, nonostante la circolare ministeriale del 3 aprile scorso, non vengono ancora somministrati alla totalità degli infermieri operanti in reparti Covid-19, ma solo ai sintomatici, con il correlato rischio per chiunque di potersi trovare a contatto con un operatore sanitario infetto asintomatico.

I kit dei dispositivi di protezione in molte aziende sono tenuti sottochiave (sovra camice, calzari, filtranti Ffp2, guanti, occhiali, cuffia) e vengono distribuiti uno per volta con aggravio di lavoro per gli infermieri, che devono impegnare il già poco tempo a disposizione in continue richieste di integrazione delle dotazioni. Alcuni ci segnalano che sono costretti gioco forza a trattenersi rispetto ai propri bisogni fisiologici per evitare di sostituire i DPI. Alcune colleghe usano pannolini e cerotti con la naturale conseguenza che molte ora soffrono di cistite.

Nella regione Piemonte viene segnalata una situazione pericolosa, con i magazzini dell’unità di crisi al lumicino quasi vuoti e le aziende sanitarie che si arrabattano come possono, anche con acquisti tramite privati e ricorrendo alle donazioni. Anche lì persistono gli stessi problemi operativi dovuti alla carenza di DPI e ci tocca assistere all’ennesimo caso mascherine fasulle, stavolta brasiliane, ad Alessandria. Nella Regione Veneto stanno effettuando i tamponi e usano quelli rapidi, e la disponibilità di mascherine chirurgiche e filtranti Ffp2 si sta normalizzando, ma registriamo un’evidente mancanza di camici ed occhiali a norma.

In Trentino Alto Adige le nostre delegazioni sono in subbuglio: a Trento sono pochi i dispositivi di protezione e sono state fornite tute non a norma, per questo il sindacato le ha contestate e a fronte delle proteste degli infermieri sono state ritirate.

Emerge inoltre che i tamponi al personale sono ancora pochi. A Bolzano sembrerebbe che sia stata acquistata una partita di mascherine e DPI proveniente dalla Cina. Un cospicuo quantitativo di 1.000.000 di mascherine chirurgiche, 250.000 filtranti Ffp2 e Ffp3, camici e altri DPI, per una spesa di circa 10 milioni di euro. Peccato che le mascherine arrivate e distribuite siano classificate come KN95 e invece, dai controlli effettuati dal Ministero della difesa viennese, 39 mascherine su 50 risulterebbe a mala pena in grado di garantire la protezione di una Ffp1 e solo poche unità soddisferebbero gli standard previsti per le Ffp3.

Registriamo inoltre curiose prassi delle quali i colleghi ci hanno messo a conoscenza. In una casa di riposo di Bolzano, al personale che inizia il turno viene consegnata una mascherina per la quale si richiede la firma per ricevuta e a fine turno gli operatori devono restituire la busta vuota. A quanto ci viene riferito, si tratta di mascherine chirurgiche, che, tra l’altro, non servono a niente in presenza di pazienti Covid-19.

Dalla riunione delle delegazioni territoriali è emersa una realtà variegata e schizoide, caratterizzata da proclami di fonte politica che accreditano come risolti, problemi organizzativo-gestionali dell’emergenza che, alla prova dei fatti, non sono stati affatto risolti. Per questo torniamo a chiedere ancora una volta che le istituzioni centrali si impegnino con gli organismi rappresentativi delle professioni sanitarie, affinché vengano poste e rispettate delle regole che trovino concreta applicazione nella pratica organizzativo-gestionale quotidiana degli enti sanitari.

“Altro che fase 2, se proseguiamo così mai ci arriveremo. È necessario consentire agli operatori sanitari – sottolinea il presidente Nursing Up Antonio De Palma – di operare in reale sicurezza. Lo Stato garantisca la meticolosa e puntuale applicazione dei precetti che riguardano la sicurezza nei luoghi di lavoro da parte di tutte le aziende sanitarie locali, indipendentemente dal territorio dove le stesse si trovano. Non è più tollerabile questo pericoloso balletto di comportamenti organizzativi”.

Durante la riunione, le delegazioni del sindacato degli infermieri Nursing Up hanno condiviso un documento, a firma del presidente, per fare seguito alle recenti iniziative delle regioni che hanno riconosciuto una forma di indennizzo agli operatori sanitari impegnati nella lotta al Coronavirus, per chiedere al ministero della Salute ed alle altre istituzioni territoriali del SSN di riconoscere economicamente e senza ulteriore indugio indennizzi commisurati alla professionalità ed al rischio che ha caratterizzato l’apporto degli infermieri e degli altri operatori sanitari in questa emergenza.

“Chiediamo che vengano riconosciute le nostre elevate competenze e l’indiscussa abnegazione dimostrata – si legge nel documento – affinché vengano preservate e stabilizzate con provvedimenti al livello nazionale, se c’è la reale volontà politica di invertire la rotta e di mettere all’altezza della situazione il Servizio sanitario italiano, non solo per l’emergenza attuale, ma anche per l’efficienza ed efficacia future”.

“Per il Nursing Up – proseguono le delegazioni territoriali – dovranno essere individuate almeno due tipologie di indennizzo: la prima di tipo risarcitorio, per il lavoro sin qui svolto dagli operatori sanitari dall’inizio dell’emergenza, che non si è mai fermato nonostante i problemi e le gravi lacune che gli infermieri denunciano. E la seconda, di integrazione dello stipendio, che dovrà essere ultra attiva, ricorrente e strutturata, perché è ora di colmare il gap contrattuale esistente tra la retribuzione degli infermieri e quella degli altri professionisti sanitari (come ad esempio i medici), aggravata ancor più dal fatto che solo a loro è consentito di integrare i propri stipendi svolgendo attività privata o intramoenia”.

Anche guardando i professionisti sanitari d’oltralpe, gli emolumenti degli infermieri e delle altre professioni sanitarie risultano essere la cenerentola delle classifiche. Per ovviare a questo, Nursing Up chiede che il Governo individui un compenso aggiuntivo fisso e ricorrente per gli infermieri e gli altri professionisti sanitari ex legge 42/1999, da corrispondere con la mensilità stipendiale. Per questi aumenti noi ci battiamo da tempo ed è doveroso riconoscerli adesso, alla luce delle attività che infermieri e professionisti sanitari sono chiamati a svolgere sia dentro che fuori il periodo di attuale emergenza sanitaria da Covid-19.

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