La voglia di giocare si trasmette: una scoperta svela un’antica radice della socialità
Uno studio dell’Università di Torino confronta bambini, scimpanzé, bonobo e gorilla e documenta per la prima volta il fenomeno nelle ultime due specie. Il contagio è più frequente nei gruppi in cui prevalgono le interazioni amichevoli
Torino, 28 settembre 2026 – Quando qualcuno comincia a giocare, anche chi gli sta vicino ha maggiori probabilità di mettersi a giocare a propria volta. Accade nei bambini, negli scimpanzé, nei bonobo e nei gorilla, ovvero gli ominidi sociali: a documentarlo è uno studio dell’Università di Torino, pubblicato sulla rivista Philosophical Transactions of the Royal Society B, che ha confrontato il “contagio” del gioco nelle quattro specie. La ricerca lo descrive per la prima volta nei bonobo e nei gorilla e individua alcuni fattori comuni associati alla sua diffusione, dalle caratteristiche individuali alle dinamiche sociali tra i membri del gruppo.
Firmato da Ivan Norscia, Edoardo Collarini e Giada Cordoni, del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino, il lavoro affronta una domanda che riguarda anche le origini dei cosiddetti comportamenti collettivi: come si propaga il gioco all’interno di un gruppo e quali condizioni rendono più probabile la sua diffusione tra gli individui? Giocare offre infatti un contesto in cui sperimentare cooperazione e competizione, interagendo senza arrivare allo scontro. Capire se e come questo comportamento è contagioso nei nostri parenti prossimi (gli altri ominidi sociali) può aiutare a ricostruirne il ruolo nell’evoluzione della socialità.
Tra febbraio 2022 e febbraio 2025, il gruppo di ricerca ha raccolto oltre 1.100 ore di osservazione su 107 individui, distribuiti in otto gruppi, due per ciascuna specie. La raccolta dati sugli umani si è svolta presso l’asilo nido Armando Melis di Torino, coinvolgendo 28 bambini tra i 13 e i 36 mesi. Scimpanzé, bonobo e gorilla sono stati osservati in diverse strutture zoologiche europee. Si è trattato di una ricerca puramente osservazionale, effettuata senza interferire sulle interazioni spontanee tra individui.
Per distinguere il contagio dalla semplice coincidenza, i ricercatori hanno osservato che cosa accadeva nei minuti successivi all’inizio di un episodio di gioco. L’attenzione era rivolta a chi si trovava nelle vicinanze e non stava già giocando: avrebbe iniziato un nuovo gioco, da solo o con altri, oppure si sarebbe unito a quello in corso? Il comportamento degli stessi individui è stato poi confrontato con quello registrato, in condizioni comparabili, ma in assenza di un precedente episodio di gioco. In tutte e quattro le specie, la probabilità di iniziare a giocare era significativamente maggiore dopo che qualcun altro aveva cominciato a giocare rispetto alla condizione di assenza di gioco.
Uno dei risultati più interessanti riguarda la dinamica delle relazioni sociali tra membri del gruppo. Il contagio era più frequente nei gruppi in cui le interazioni amichevoli erano più frequenti rispetto a quelle aggressive. Il risultato suggerisce che, per comprendere come si diffonde il gioco, occorra guardare anche alla rete di relazioni del gruppo.
I più giovani erano più propensi a rispondere al gioco altrui, così come gli individui che si trovavano più vicini a chi aveva iniziato il gioco. Il contagio era inoltre più frequente nei gruppi con un rapporto più alto tra maschi e femmine. Non sono emersi effetti significativi della numerosità del gruppo, della durata del gioco iniziale o del fatto che si giocasse da soli oppure insieme ad altri: anche il gioco solitario poteva innescare una risposta.
La presenza del fenomeno nelle quattro specie di ominidi e l’individuazione di fattori comuni aprono una prospettiva sulle sue origini evolutive. Secondo gli autori, il contagio del gioco potrebbe risalire all’ultimo antenato comune di esseri umani, scimpanzé, bonobo e gorilla e aver contribuito alla diffusione di interazioni non aggressive nei gruppi.
“Il comportamento collettivo – spiega Ivan Norscia – è un fenomeno diffuso tra gli esseri umani, capace di trascinare le masse in molti ambiti della vita politica, sociale, religiosa, sportiva e musicale. Indagarne le basi biologiche e le profonde radici evolutive può aiutarci a comprenderne meglio le dinamiche e a gestirne le manifestazioni. È in questa prospettiva che si inserisce la nostra ricerca, per la quale desideriamo ringraziare, oltre ai parchi europei coinvolti, i Servizi Educativi della Città di Torino per il sostegno e l’interesse dimostrati”.
“Il gioco, in particolare, è un modello comportamentale ideale perché è multifunzionale – aggiunge Giada Cordoni – che emerge fin dalle prime fasi dello sviluppo, e promuove la creazione e il mantenimento dei legami sociali, attraverso interazioni di reciprocità”.
Lo studio rientra in un progetto finanziato dalla Fondazione CRT e cofinanziato dall’Università di Torino attraverso fondi di ricerca locale del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi. L’elaborazione dei dati è stata sostenuta anche nell’ambito del progetto PRIN 2022 “Non-verbal markers of emotional intersubjectivity: a comparative approach to empathy”, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca.




