La memoria delle rocce riscrive la storia del Tibet: una faglia rivela come si propagano gli sforzi tra i continenti

Un nuovo studio pubblicato su Nature Communications, coordinato dal prof. Giulio Viola dell’Università di Bologna, ricostruisce 110 milioni di anni di storia della faglia di Altyn Tagh. Le zone di debolezza ereditate dal passato trasmettono gli sforzi tettonici molto più in fretta di quanto si pensasse

Bologna, 20 ottobre 2026 – Quanto tempo impiega una collisione tra continenti a far sentire i suoi effetti a migliaia di chilometri di distanza? È una delle domande centrali della tettonica continentale, e un nuovo studio appena pubblicato su Nature Communications (“Inherited lithospheric weakness enabled rapid stress transmission across Tibet”) propone una risposta che mette in discussione molte idee consolidate.

Coordinato dal prof. Giulio Viola del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna, il progetto è stato realizzato in collaborazione con i gruppi di ricerca cinesi di Tianjin e Pechino: primo autore è Zhaotong Sun, dottorando della Tianjin University; tra gli altri, Leonardo Del Sole, post-doc del prof. Viola che, oggi, lavora all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV).

Il laboratorio naturale è l’Altopiano Tibetano (il cosidetto “tetto del mondo”), e in particolare la faglia di Altyn Tagh: un sistema trascorrente (come la faglia di San Andreas in California, dove due blocchi di crosta scorrono orizzontalmente l’uno accanto all’altro,) lungo oltre 1600 chilometri che ne delimita il margine settentrionale.

Viola e Del Sole hanno guidato il lavoro sul terreno, trasferendo ai colleghi le tecniche di analisi strutturale e geocronologica per leggere le faglie, e insieme hanno campionato le rocce di faglia. Combinando l’analisi strutturale con la datazione dei campioni, i ricercatori hanno poi ricostruito un modello concettuale che documenta diversi episodi di attività della faglia.

I risultati raccontano una storia lunga e discontinua. La faglia era già attiva circa 115 milioni di anni fa, ben prima dello scontro tra India e Asia (la più grande collisione continentale oggi attiva sulla Terra), e da allora è stata riattivata più volte. L’episodio di fagliazione più significativo risale a circa 56 milioni di anni fa, quasi in concomitanza con le prime fasi della collisione. Questo suggerisce che gli effetti dello scontro abbiano raggiunto il margine settentrionale del Tibet, a oltre 1.500 chilometri di distanza, in pochi milioni di anni: un intervallo brevissimo su scala geologica, difficile da conciliare con i modelli in cui la deformazione avanza lentamente e in modo progressivo attraverso il continente.

Secondo lo studio, la chiave è nell’eredità strutturale. La faglia sfrutta una zona preesistente di debolezza della litosfera molto più antica della collisione himalayana, che ha fatto da via preferenziale per trasmettere gli sforzi e concentrare la deformazione sismica. Faglie come questa, inoltre, conservano nelle loro rocce la memoria decine o centinaia di milioni di anni di attività.

Una memoria che si impara a leggere, e la formazione continua a Bologna: Zhaotong Sun vi sta trascorrendo 15 mesi, grazie a una borsa del China Scholarship Council, per perfezionare con Viola le tecniche con cui si leggono e si datano le grandi faglie del pianeta. Un passaggio di competenze che rafforza una collaborazione internazionale già consolidata in Ateneo.

Il risultato offre una nuova chiave di lettura non solo per l’evoluzione del Tibet, ma anche per il modo in cui i continenti rispondono agli urti tra placche.

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