Speciale Scuola. Com’è cambiato (in peggio) il rapporto tra genitori e docenti e l’impatto sui bambini

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famiglia-bambino-tristeNegli ultimi decenni la scuola ha visto grandissime trasformazioni, non solo per le varie riforme del sistema scolastico, e per i cambiamenti nella società, ma anche per soggiacenti cambiamenti nelle dinamiche individuali e nelle relazioni interpersonali. Non ci sono più (o quasi) i professori che fanno paura, dall’alto della cattedra, in parte perché è stato messo in discussione il modello autoritario di una volta. Anche i genitori conferiscono minore autorità agli insegnanti (i genitori di adesso hanno vissuto quella rivoluzione), anche perché sono chiamati a far parte degli organi collegiali.

Capita che a volte gli insegnanti sentano messa in discussione la loro autorità e siano criticati, per esempio, in caso di brutti voti. La situazione in realtà è molto complessa. Ci sono situazioni nelle quali si trovano insegnanti non preparati a gestire bambini con difficoltà (come, per esempio, i disturbi di apprendimento): i genitori sono costretti a documentarsi per far documentare gli insegnanti, con la speranza che questo aumenti la loro disponibilità, e capita che la mancata comprensione da parte dell’insegnante abbia un impatto traumatico sul bambino.

Ci sono anche situazioni, però, nelle quali alcuni genitori non ammettono possibili insufficienze o voti bassi del figlio. Come mai? Non sempre questo corrisponde a un’ingiustizia: a volte il brutto voto è giustificato, ma è il genitore che ha difficoltà ad accettare un giudizio meno buono sul proprio figlio, vivendolo come, forse, un giudizio totale negativo. Viviamo in una società nella quale, spesso per necessità, entrambi i genitori sono impegnati per buona parte della giornata, e quindi hanno minore possibilità di seguire i figli nella scuola. Inoltre, è cambiato il modello di società stesso, e il lavoro è avvertito come una necessità non solo economica, ma di realizzazione, anche per le donne.

Tutto questo comporta, però, un cambiamento profondo. Ci sono sensi di colpa e di inadeguatezza da parte dei genitori, che possono portare, insieme all’ansia per trovarsi a dover gestire una situazione senza averne le competenze, a vedere nell’insegnante più un nemico che un alleato nell’educazione del figlio, e nel figlio una parte di sé vulnerabile e bisognosa di protezione rispetto all’esterno. Tutto ciò ha, però, ripercussioni sul bambino: questo sentirsi “difeso a spada tratta” non ha solo una valenza positiva, in quanto gli fa sentire i genitori come alleati.

Se la difesa è eccessiva e incondizionata, i genitori vengono infatti percepiti come alleati acritici, poco attenti a quello che realmente è, e soprattutto non lo guidano ad accettare i propri limiti e a lavorare per superarli. Il messaggio che arriva rischia cioè di essere quello di non avere limiti, e non tollerare di averne, spostando la “cattiveria” sull’esterno che li dà. Questo è in linea con la direzione che sta prendendo la nostra società, sempre più verso un culto narcisistico della persona, ma è di ostacolo alle relazioni oggettuali. Il problema non è di facile soluzione, perché la scuola è una realtà molto complessa, dove convergono elementi psicologici, sociali, ambientali; anche gli insegnanti vivono momenti difficili: non tutti, nonostante questo, riescono a conservare la motivazione e la passione per questo lavoro.

Come è stato definito da Alessandro D’Avenia, sarebbe bene tener presente il più possibile la necessità di mantenere un “triangolo amoroso”, formato dall’insegnante, dal genitore e dal bambino o ragazzo, dove ognuno, con le proprie qualità e caratteristiche collabori con gli altri per il progetto educativo.

fonte: ufficio stampa

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