Parkinson: uno studio su danni cerebrali e comportamenti impulsivi-compulsivi

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La scoperta, dei ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele in collaborazione con l’Università di Belgrado, apre la strada a nuovi strumenti predittivi che permetteranno di anticipare l’insorgenza di questi disturbi e intervenire con trattamenti tempestivi

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Rispetto ai soggetti sani, i pazienti affetti da Malattia di Parkinson (PD) presentavano una riduzione dello spessore della corteccia cerebrale (blu) ed un danno delle connessioni tra le diverse aree cerebrali (verde), indipendentemente dalla presenza di comportamenti impulsivi-compulsivi (ICB). Tuttavia, nei pazienti con ICB il danno era più esteso, comprendendo anche le aree cerebrali coinvolte nella regolazione delle emozioni e dei processi di gratificazione

Milano, 8 marzo 2017 – Le persone che soffrono di Parkinson spesso sviluppano nel tempo comportamenti impulsivi-compulsivi – come la dipendenza dal gioco d’azzardo, i disturbi dell’alimentazione o l’ipersessualità – che riducono ulteriormente la loro qualità della vita e quella della loro famiglia.

A lungo si è pensato che questi disturbi fossero un effetto collaterale dei farmaci, ma uno studio pubblicato oggi su Molecular Psychiatry suggerisce al contrario che la loro origine è nelle alterazioni cerebrali dei circuiti di gratificazione, frutto del danno causato dalla malattia stessa.

La scoperta è dei ricercatori dell’Unità di Neuroimaging Quantitativo dell’IRCCS Ospedale San Raffaele – una delle 18 strutture di eccellenza del Gruppo Ospedaliero San Donato – in collaborazione con l’Università di Belgrado, e apre la strada a nuovi strumenti predittivi che permetteranno di anticipare l’insorgenza di questi disturbi e intervenire con trattamenti tempestivi.

La malattia di Parkinson, caratterizzata da disturbi del movimento, come tremore a riposo, rallentamento dei movimenti e rigidità degli arti, è la seconda patologia neurodegenerativa più frequente dopo la malattia di Alzheimer. I pazienti che ne sono affetti soffrono spesso anche di disabilità cognitive, disturbi dell’umore – come ansia e depressione – e disturbi psicopatologici. Tra questi ultimi i più frequenti sono i comportamenti impulsivi-compulsivi, contraddistinti dall’incapacità di controllare i propri desideri e istinti, che si traduce spesso nella ripetizione di azioni dannose per sé o per gli altri, come il gioco d’azzardo patologico, lo shopping compulsivo, l’ipersessualità e l’alimentazione compulsiva.

Tali comportamenti, che interferiscono con la vita quotidiana e ne riducono in modo sostanziale la qualità, sono stati per anni considerati come una possibile conseguenza indesiderata del trattamento farmacologico dopaminergico. È più recente l’ipotesi – avvalorata dallo studio pubblicato – che alcuni di questi comportamenti siano in realtà dovuti ad alterazioni funzionali e strutturali del cervello conseguenti al Parkinson.

Per testare questa ipotesi gli scienziati del San Raffaele di Milano hanno preso in esame 85 pazienti affetti da Parkinson, di cui 35 con comportamenti impulsivi-compulsivi e 50 senza. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a risonanza magnetica per individuare se vi fossero alterazioni funzionali e strutturali delle aree cerebrali e per identificare i circuiti alterati nei 35 pazienti con comportamenti impulsivi-compulsivi. A fronte di alterazioni simili – tra i due gruppi di pazienti studiati – nell’area principale colpita dalla malattia (quella motoria), i pazienti con comportamenti impulsivi-compulsivi presentano danno nelle aree cerebrali coinvolte nella regolazione dei processi di gratificazione.

“Non solo, ma con l’aumentare della durata e della gravità dei disturbi, sia motori che comportamentali, la comunicazione tra i due network cerebrali di riferimento peggiora, ovvero si aggrava il modo in cui queste due aree del cervello comunicano tra loro”, spiegano Francesca Imperiale e Federica Agosta, prime autrici dello studio e ricercatrici presso l’Unità di Neuroimaging Quantitativo.

“Lo studio mette in luce la stretta connessione tra sintomatologia motoria, cognitiva e psichiatrica – conclude il prof. Massimo Filippi, direttore della stessa unità e docente ordinario di Neurologia all’Università Vita-Salute San Raffaele – E sottolinea una volta di più come sia importante considerare questi aspetti in fase di diagnosi e nella valutazione della prognosi di questi pazienti”.

I risultati della ricerca suggeriscono inoltre che la risonanza magnetica potrebbe essere uno strumento ideale per identificare in modo precoce i pazienti a rischio di sviluppare questi disturbi comportamentali, affinché possano beneficiare di una terapia farmacologica su misura.

Lo studio è stato possibile grazie ai finanziamenti del Ministero dell’Educazione e della Scienza della Repubblica di Serbia (project 175090).

fonte: ufficio stampa

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