Osteoporosi. Scoperto il meccanismo “fabbrica osso” dell’ormone dello sport

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Svolta nella ricerca dell’Università di Bari, in collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche: è destinata a incidere fortemente su prevenzione e terapia dell’osteoporosi, oltre a offrire un input epocale all’industria farmaceutica con un brevetto tutto italiano

ricercatori-laboratori-di-ricercaBari, 23 settembre 2015 – Esiste un ormone che fabbrica le ossa e il corpo lo produce praticando sport: è questa la scoperta tutta italiana, risultato di una ricerca svolta dall’Università di Bari in collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche di Ancona e supportata dalla SIOMMMS (Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro).

Lo studio è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista americana PNAS-Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, organo ufficiale della United States National Academy of Sciences, una delle pubblicazioni scientifiche più prestigiose a livello accademico internazionale.

L’esito della ricerca, durata 3 anni, cambia l’approccio della terapia sulle malattie dello scheletro, definendo il meccanismo con cui l’irisina (il cosiddetto “ormone dello sport”), prodotta dall’attività fisica, crea tessuto osseo. Inoltre, la svolta apre nuove prospettive per la nascita di farmaci simulanti un vero e proprio esercizio fisico: uno sviluppo importante soprattutto per le persone esposte all’osteoporosi, che non possono praticare sport, ad esempio anziani o malati di altre patologie.

L’ormone in questione, scoperto nel 2012 dal ricercatore statunitense Bruce Spiegelman, è ancora poco conosciuto e la scoperta italiana porta un contributo importante per conoscerne il ruolo. La ricerca americana ha infatti dimostrato come l’irisina sia “brucia grassi”; lo studio italiano rivela che l’irisina è in grado di agire efficacemente anche sull’osso: l’effetto “dimagrante” si verifica solo in presenza di grandi quantità dell’ormone, mentre per l’effetto “fabbrica osso” ne bastano anche piccole concentrazioni.

“Il risultato della nostra ricerca ha una marcata rilevanza applicativa per i pazienti anziani in condizioni difficili – spiega la prof.ssa Grano – sono loro i più espositi perché non possono svolgere attività fisica, sono destinati alla riduzione patologica del tessuto muscolare, che a sua volta risente negativamente delle condizioni di ipomobilità o anche di allettamento favorite dalle fratture indotte dall’osteoporosi: si genera in tal modo una sorta di implacabile circolo vizioso, con importanti conseguenze sanitarie ed elevatissimi costi sociali”.

“La SIOMMMS è orgogliosa che la ricerca italiana abbia raggiunto livelli così eccellenti – aggiunge il Presidente della SIOMMMS Giancarlo Isaia, Direttore del Dipartimento di Geriatria e Malattie Metaboliche dell’Osso all’Ospedale Molinette di Torino – Riteniamo che la svolta presentata dalla scoperta costituisca la prospettiva concreta non solo per la prevenzione con l’attività fisica, ma soprattutto per la cura delle malattie dell’osso in pazienti particolarmente difficili. Ora si giungerà a dare supporto osseo anche a chi non può prodursi da solo l’irisina con un cambiamento epocale in particolare per i pazienti geriatrici”.

Per salvaguardare i risultati della ricerca tutta italiana, Maria Grano dell’Università di Bari e Saverio Cinti dell’Università Politecnica delle Marche hanno depositato un brevetto sulla possibilità di utilizzare la molecola per la cura dell’osteoporosi.
La ricerca è stata possibile grazie a un premio per giovani ricercatori attribuito nel 2014 alla dott.ssa Graziana Colaianni, dell’Università di Bari, primo autore del lavoro.

Una curiosità: l’irisina trae il suo nome da Iris, la dea greca che aveva il compito di far comunicare gli umani con gli dei. L’ormone dello sport, proprio come la dea, mette in comunicazione diversi tessuti dell’organismo umano: osso e muscolo.

fonte: ufficio stampa

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