Meno chili, cuore più forte: la scoperta che cambia l’approccio al colesterolo
Per ogni chilo perso si riducono di 1,28 mg/dL quello “cattivo” e di 4 mg/dL i trigliceridi. A rivelarlo una ricerca sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, condotta dagli specialisti della Mayo Clinic, che ha preso in considerazione 73 studi su oltre 32 mila partecipanti sovrappeso e obesi che si sono sottoposti a terapie di dimagrimento
Roma, 26 settembre 2025 – Più di 1 italiano su 4 soffre di colesterolo alto, fattore di rischio per le malattie cardiovascolari, tra le principali cause di morte nei Paesi occidentali. Ma contrastarlo è semplice. Bastano infatti piccoli cambiamenti nella propria quotidianità per abbassare il colesterolo: adottare uno stile di vita sano, fare esercizio fisico regolare, seguire una dieta equilibrata, perdere peso.
A confermarlo, uno studio pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism in cui i ricercatori della Mayo Clinic, negli Stati Uniti, riferiscono che per ogni chilo perso, si riduce il colesterolo di 1,28 mg/dL. È da questa consapevolezza che nasce la campagna di informazione contro il colesterolo: “E tu, hai a cuore il tuo cuore?”, promossa dalla Fondazione Cuore e Circolazione “Il Cuore Siamo Noi” della Società Italiana di Cardiologia (SIC), annunciata in occasione della Giornata mondiale del cuore, e che verrà presentata il 2 ottobre al Senato.
“Per ridurre il rischio di infarto e ictus, è importante mantenere bassi i livelli di colesterolo LDL – afferma Francesco Barillà, Presidente della Fondazione Cuore e Circolazione “Il Cuore Siamo Noi” della Società Italiana di Cardiologia – Vanno bene attenzionati i valori di normalità sui responsi dei laboratori di analisi in quanto, essendo basati su valori medi della popolazione in generale, non possono e non debbono essere considerati come valori di normalità per coloro che avendo già avuto un infarto, sono ad altissimo rischio di altri eventi e pertanto, i valori di LDL devono stare al di sotto dei 55 mg/dL – continua – Però, secondo i dati dell’Osservatorio Passi dell’Istituto Superiore di Sanità, solo il 18% delle persone sa però di avere il colesterolo alto, evidenziando una limitata consapevolezza del problema, mentre quasi 1 italiano su 2 non ritiene che il colesterolo LDL, quello “cattivo”, sia dannoso per la salute e 1 italiano su 3 è convinto che il rischio di mortalità legato all’ipercolesterolemia debba preoccupare solo chi ha problemi cardiaci “pregressi”.
“L’ipercolesterolemia deve essere invece considerata proprio il fattore di rischio principale alla base delle malattie che interessano il cuore e il sistema cardiocircolatorio. Un’indagine condotta a livello globale da ricercatori italiani e pubblicata su Nature Reviews Cardiology, ha riscontrato che, il colesterolo alto ha comportato disabilità in oltre 98 milioni di individui e ha provocato 4,4 milioni di decessi, con un enorme carico sanitario”, sottolinea Pasquale Perrone Filardi, Presidente SIC.
Perdere peso per proteggere il cuore
La ricerca pubblicata sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism ha valutato l’associazione tra perdita di peso e variazioni del profilo lipidico, colesterolo totale, LDL, HDL e trigliceridi, in adulti sovrappeso od obesi. Gli autori hanno analizzato 73 studi clinici per un totale di 32.496 partecipanti, con età media di 48 anni e peso medio di 101,6 kg.
“I risultati hanno mostrato una relazione proporzionale tra perdita di peso e miglioramento del profilo lipidico. In particolare, dopo 12 mesi di interventi sullo stile di vita, ogni chilogrammo perso era associato a una riduzione media di 4 mg/dL dei trigliceridi, 1,28 mg/dL del colesterolo LDL e a un incremento di 0,46 mg/dL del colesterolo HDL, quello “buono”. I ricercatori della Mayo Clinic hanno quindi mostrato come scendere anche solo di un chilo, già aiuti a ridurre i livelli di colesterolo – commenta il prof. Barillà – Perdere peso per proteggere il cuore è dunque la parola d’ordine su cui puntare”.
Aggiornamento linee guida ESC, nuovi parametri di rischio e target terapeutici: “fuori” il colesterolo totale, “dentro” la Lipoproteina(a)
Un aiuto alla lotta al colesterolo arriva anche dalle nuove linee guida per la gestione e il trattamento delle dislipidemie, prodotte dall’impegno congiunto della European Society of Cardiology (ESC) e la European Atherosclerosis Society (EAS). Presentate al congresso ESC 2025, le nuove indicazioni vanno ad aggiornare quelle del 2019 rivoluzionando il modo in cui si misura il colesterolo. Quello totale non viene infatti più considerato un parametro utile per la valutazione del rischio cardiovascolare.
“Già da tempo era sempre maggiore la consapevolezza di dover considerare il colesterolo nelle sue singole componenti e non più come un parametro unico. Ora le indicazioni ESC rendono prassi questa consapevolezza e le nuove carte per misurare il rischio cardiovascolare, SCORE2 e SCORE2-OP, non si basano più sul colesterolo totale, ma sul colesterolo “cattivo” e la Lipoproteina(a) come indicatori più accurati del rischio di eventi cardiovascolari – puntualizza Gianfranco Sinagra, Presidente eletto della SIC – Pertanto il colesterolo totale perde di fatto ogni rilevanza clinica: potrà continuare a essere riportato negli esami di laboratorio, ma non ha più alcuna utilità né per stratificare il rischio né per guidare le decisioni terapeutiche. Rimane invece centrale – continua il prof. Sinagra – il livello dell’LDL, riconosciuto come causa diretta di aterosclerosi e quindi principale bersaglio terapeutico”.
Esce quindi dalle linee guida il colesterolo totale ed entra invece la lipoproteina(a) – Lp(a)-, un tipo particolare di particella lipidica simile al colesterolo LDL, ma molto più pericolosa e per questo denominata anche colesterolo “super cattivo”.
“La caratteristica che la distingue è la presenza di una “coda” proteica, l’Apolipotroteina (a), codificata dal gene LPA, che rende le molecole più aterogene di molte altre particelle e il sangue più “appiccicoso”, aumentando il rischio di trombi e aterosclerosi – spiega Ciro Indolfi Presidente della Federazione Italiana di Cardiologia – Le indicazioni ESC raccomandano che la Lp(a) venga misurata almeno una volta nella vita in ogni adulto, idealmente in occasione del primo profilo lipidico, l’esame che misura la concentrazione di diversi grassi nel sangue, o, se questo è già stato effettuato, al successivo”.
“Valori superiori a 50 mg/dL (≥105 nmol/L) devono essere considerati un importante modificatore di rischio, capace di spostare un individuo in una categoria di rischio cardiovascolare più elevata – puntualizza il prof. Indolfi – Nei pazienti con livelli elevati di Lp(a) è indicata una gestione più intensiva dei fattori di rischio tradizionali, con particolare attenzione a tenere basso l’LDL. Sono inoltre in fase avanzata di studio nuovi farmaci specifici in grado di ridurre i livelli di Lp(a) fino al 98%, anche se non sono ancora disponibili per l’uso clinico”.
“Le nuove linee guida raccomandano di rapportare i valori soglia di colesterolo LDL ai livelli di rischio di ciascun paziente, sottolineano però anche il valore di ottimizzare lo stile di vita prima di qualsiasi intervento farmacologico, cioè di evitare di medicalizzare un problema che potrebbe essere affrontato in prima battuta, in pazienti che non hanno avuto un infarto miocardico, applicando quelle “dieci mosse vincenti utili per la protezione cardiovascolare”. Se un paziente riesce a raggiungere i target di LDL attraverso alimentazione equilibrata, attività fisica e altri cambiamenti nel suo stile di vita, questo è l’esito migliore”, conclude il prof. Perrone Filardi.





