Infarto: l’Italia salva i cuori nell’emergenza, ma li perde dopo le dimissioni

A Torino, dal 9 all’11 aprile, il Congresso internazionale “Change in Cardiology 2026” porta in primo piano le soluzioni

Da sin: Giuseppe Musumeci, Italo Porto, Ferdinando Varbella, Giuseppe Patti

Torino, 9 aprile 2026 – Le malattie cardiovascolari uccidono in Italia circa 230.000 persone ogni anno – il 30,8% di tutti i decessi – con un costo sanitario diretto che supera i 41 miliardi di euro, pari a circa il 15% della spesa sanitaria complessiva del Paese (dati SIPREC 2025). Eppure, nonostante l’Italia figuri tra i primi cinque Paesi europei per la gestione dell’infarto nella fase acuta, esiste un paradosso difficile da ignorare: eccellenza nell’emergenza, fragilità nella prevenzione a lungo termine.

Il problema che si nasconde dopo le dimissioni

Ogni anno si registrano tra 130.000 e 150.000 infarti. Oltre 25.000 pazienti muoiono prima ancora di arrivare in ospedale. Circa 85.000 vengono trattati con angioplastica coronarica – 7.000 solo in Piemonte – con una significativa riduzione della mortalità intraospedaliera, che si attesta tra il 3 e il 5%. Ma nei mesi successivi la curva si inverte: circa il 10% dei dimessi muore entro un anno. La causa principale? Il mancato raggiungimento dei valori target di colesterolo LDL e l’interruzione precoce delle terapie farmacologiche, fattori responsabili di circa 47.000 decessi aggiuntivi l’anno in Italia.

Il modello Clear Pathway: un’idea nata in Piemonte

Per colmare questa lacuna, 34 cardiologi ospedalieri di 26 strutture tra Piemonte e Valle d’Aosta hanno costruito il primo modello italiano Clear Pathway. Il progetto – coordinato da Giuseppe Musumeci, Giuseppe Patti, Ferdinando Varbella e Federico Nardi (incoming president ANMCO) e pubblicato sul “Giornale Italiano di Cardiologia” – ha definito 20 statement condivisi su tre aree chiave: strategie di combinazione orale e formulazioni a dose fissa, uso della distanza dal target di colesterolo LDL come guida alle decisioni terapeutiche, e personalizzazione del trattamento in base a specifici profili clinici.

Il modello punta ora a un’estensione nazionale, coinvolgendo progressivamente altre regioni, tra cui la Liguria sotto la direzione di Italo Porto, anch’egli responsabile scientifico del congresso.

Tra le opzioni terapeutiche più promettenti, le linee guida europee 2025 sulle dislipidemie raccomandano per i pazienti ad alto rischio una riduzione del colesterolo LDL di almeno il 50%, con un target inferiore a 55 mg/dL. Per raggiungerlo, si può ricorrere a una triplice terapia con statine, ezetimibe e acido bempedoico – farmaco orale ben tollerato, efficace anche in chi non era precedentemente trattato – oppure a farmaci iniettivi come gli inibitori PCSK9 (evolocumab, alirocumab o inclisiran), modulando la scelta in base alla distanza dal target LDL.

Cardiomiopatie: arriva in Italia il primo farmaco che agisce sulla causa

Il 2026 segna una svolta anche per le cardiomiopatie. Per la prima volta in Italia entra in uso clinico il Mavacamten, primo inibitore della miosina in grado di agire direttamente sul meccanismo fisiopatologico della cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva, migliorando sintomi, qualità di vita e capacità di esercizio, riducendo al contempo il ricorso a terapie invasive. I quattro centri organizzatori del congresso – AO Mauriziano di Torino, Ospedale di Rivoli ASL TO3, AOU Maggiore della Carità di Novara e Policlinico San Martino di Genova, tutti centri regionali per le cardiomiopatie ipertrofiche – hanno già avviato i primi trattamenti e si coordinano in rete per garantire l’accesso a tutti i pazienti eleggibili.

Una cardiologia sempre più connessa: dal diabete all’Alzheimer

La prevenzione cardiovascolare assume oggi una dimensione sistemica. I pazienti con diabete presentano un rischio più che doppio di eventi cardiaci, mentre chi soffre di cardiopatie ha una probabilità da due a tre volte maggiore di sviluppare alterazioni cerebrali associate all’Alzheimer. Si stima che fino al 45% dei casi di demenza sia riconducibile a fattori di rischio cardiovascolare modificabili. Emerge inoltre il ruolo della lipoproteina(a), marcatore a determinazione genetica associato a infarto, ictus e stenosi aortica: il suo dosaggio è raccomandato almeno una volta nella vita, mentre nuove terapie mirate sono in fase di sviluppo.

Sul fronte internazionale, il congresso ospita Roxana Mehran, per la prima volta in qualità di presidente dell’American College of Cardiology, con un focus su equità di accesso alle cure e medicina di genere, e Marc Sabatine, tra i massimi esperti mondiali di prevenzione cardiovascolare, che presenterà i risultati dello studio Vesalius-CV sugli inibitori PCSK9 e le nuove strategie di riduzione del rischio su larga scala.

“Il vero problema oggi non è più solo l’infarto in sé, ma ciò che accade dopo – sottolineano i responsabili scientifici – La cardiologia è sempre più al centro di una visione integrata della salute, dalla prevenzione del diabete al declino cognitivo”.

Organizzatori scientifici di Change in Cardiology 2026

Giuseppe Musumeci, Direttore S.C. Cardiologia, Ospedale Mauriziano di Torino; Giuseppe Patti, Direttore della Cattedra di Cardiologia, Università Piemonte Orientale; Direttore Dipartimento Toraco-Cardio-Vascolare, AOU Maggiore della Carità di Novara; Ferdinando Varbella, Direttore Dipartimento Cardio-Neurologico ASL TO3 e Direttore S.C. Cardiologia Rivoli (TO); Italo Porto, Direttore di Scuola di specializzazione – Dipartimento di medicina interna e specialità mediche, Università degli Studi di Genova; Direttore U.O. Clinica Malattie Cardiovascolari IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova.

Potrebbero interessarti anche...