Il ragionamento ha un ruolo inesplorato nelle convinzioni morali. Lo rivela uno studio

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Le ricerche condotte dalla prof.ssa Bucciarelli del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Torino fanno emergere come la ragione possa intervenire sulle valutazioni morali di ciascuno e possa favorire un confronto costruttivo tra persone che posseggono idee differenti. I risultati di questi studi avranno implicazioni importanti dal punto di vista sociale, politico e religioso

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Torino, 6 agosto 2019 – La prestigiosa rivista internazionale Acta Psychologica ha recentemente pubblicato un articolo sulle ricerche condotte dalla prof.ssa Monica Bucciarelli, del Dipartimento di Psicologia e Presidente del Centro di Logica, Linguaggio, e Cognizione dell’Università di Torino, in collaborazione con il prof. Johnson-Laird, delle Università di Princeton e di New York, che dimostrano come il ragionamento abbia un ruolo importante nelle valutazioni morali sebbene ci sia un forte legame con le emozioni. Si tratta di una terza via finora inesplorata.

I processi alla base della nostra capacità di giudicare qualcosa come morale o immorale sono stati recentemente ampiamente indagati. La teoria socio-intuizionista ritiene che siano le emozioni a guidare i nostri giudizi (“mi piace, quindi è moralmente giusto, non mi piace, quindi è moralmente sbagliato”).

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Prof.ssa Monica Bucciarelli

Le teorie della grammatica morale sostengono che esistano dei principi innati che ci guidano nel valutare cosa è morale e cosa è immorale (ad esempio, un danno prodotto ad altri come effetto collaterale di un’azione è più accettabile rispetto a un danno prodotto in modo intenzionale). Entrambi gli approcci non riconoscono, però, un ruolo del ragionamento nei giudizi morali. Purtroppo, ciò porta spesso a ritenere che la ragione non possa intervenire nelle nostre valutazioni morali.

Non è così. Gli studi condotti dalla prof.ssa Bucciarelli hanno rilevato che la forza della credenza in asserzioni morali si correla con la piacevolezza elicitata dalle medesime, e che modificando l’emozione sperimentata rispetto a un’asserzione morale si provoca un cambiamento nella forza della credenza in quell’asserzione (un’emozione positiva porta a ritenere più morale una questione, un’emozione negativa porta a ritenerla più immorale).

Gli studi hanno dimostrato, inoltre, che cambiando la forza della credenza in un’asserzione morale, invitando le persone a pensare a ragioni per credere o non credere nell’asserzione, si produce nelle persone un cambiamento nella piacevolezza elicitata dall’asserzione. Gli studi sono stati condotti su un campione di giovani adulti.

La nuova teoria ritiene che ciò che è questione morale non può essere chiaramente definito. Ci sono questioni che sono morali per alcune culture, o comunità, o persone, e che non lo sono per altre. È perciò di fondamentale importanza sollecitare il ragionamento delle persone su questioni morali, emancipandole da giudizi basati su reazioni emotive e favorendo la mediazione con il punto di vista dell’altro.

Per questo motivo, i risultati di questi studi hanno implicazioni importanti dal punto di vista sociale, politico, religioso. In una società dove si soffia sul fuoco e, in vari ambiti (media, social e politica) si preferisce parlare alla pancia, non si deve perdere, invece, la possibilità di ragionare. Vale, per esempio, per una questione delicata come quella delle migrazioni contemporanee.

È, dunque, fondamentale comprendere i processi alla base della forza con cui intratteniamo una credenza, e della forza dell’emozione da essa suscitata, per meglio comprendere cosa può ostacolare o favorire un confronto costruttivo tra persone che posseggono idee differenti.

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