Domenico: la verità sull’ECMO, la fine della sofferenza e il coraggio di dire basta
La Società scientifica degli anestesisti-rianimatori interviene su ECMO, proporzionalità delle cure e integrazione precoce delle cure palliative: cosa significa sospendere un supporto vitale e perché non significa “abbandonare”
Roma, 27 febbraio 2026 – Il 21 febbraio 2026 è morto Domenico C., due anni e mezzo, ricoverato all’ospedale Monaldi di Napoli dopo un trapianto di cuore avvenuto a fine dicembre. Secondo quanto emerso finora, l’organo presentava un grave deterioramento, verosimilmente avvenuto durante il trasporto.
La Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva e il suo Comitato etico esprimono vicinanza alla famiglia di Domenico e riconoscimento per i professionisti sanitari che lo hanno assistito in questi anni.
SIAARTI evidenzia che nei giorni scorsi questa vicenda ha generato un dibattito pubblico spesso confuso, con termini usati in modo impreciso o errato. Alcune di queste imprecisioni rischiano conseguenze concrete – in primo luogo sulla fiducia nella donazione degli organi, che ogni giorno salva vite. “È nostro dovere fare ogni sforzo perché non si spezzi la catena di fiducia e solidarietà alla base del SSN e della straordinaria impresa clinica e sociale costituita dai trapianti – ha detto la presidente SIAARTI Elena Bignami – Ne va della vita di tante persone malate in attesa di un organo, e della salute di ogni cittadino”.
SIAARTI ritiene quindi necessario far chiarezza su alcune questioni. In primo luogo, sull’ECMO, una sigla tecnica che vale la pena spiegare. L’ECMO è una macchina che svolge temporaneamente le funzioni del cuore e dei polmoni quando questi organi sono così compromessi da non riuscire a lavorare da soli. Non è una cura in senso stretto: è un “ponte”, un sostegno temporaneo che dà al corpo il tempo di riprendersi, o di attendere un trapianto.
Come ogni trattamento medico, anche l’ECMO ha un limite preciso: va usato finché il suo impiego risulta “proporzionato”. Questo è un punto molto delicato: ogni mezzo di diagnosi e di cura deve rispondere al “principio di proporzionalità”, che considera sia l’appropriatezza clinica del mezzo sia la sua gravosità per la persona malata. Pertanto, tanto sul piano clinico quanto su quello etico, è doveroso non utilizzare mezzi di diagnosi o di cura che siano giudicati non proporzionati, e sospenderli nel momento in cui lo diventano.
Quando dunque un trattamento come l’ECMO non può più portare a nessun miglioramento, continuare a usarlo non aiuta il paziente – anzi, può prolungarne la sofferenza. In questi casi, la medicina e la legge italiana (Legge 219/2017) sono chiare: è giusto, ed è doveroso, sospenderlo. “E un punto è fondamentale: la morte, in questi casi, non è causata dalla sospensione della macchina – aggiunge Bignami – È causata dalla malattia. La macchina non stava guarendo il bambino: stava tenendo in vita le sue funzioni vitali in attesa di una guarigione che, purtroppo, non era più possibile”.
“Ma attenzione: sospendere un trattamento di supporto vitale non significa abbandonare una persona. Significa ridefinire l’obiettivo delle cure: garantire che la persona non soffra e venga assistita con rispetto e dignità – aggiunge Alberto Giannini, responsabile del Comitato etico SIAARTI – Non si tratta di “sospendere le cure”. Si tratta – come diciamo tecnicamente – di rimodulare i trattamenti: le cure continuano, cambiano forma. Vengono rimodulati gli obiettivi in chiave palliativa, per rimuovere o limitare ogni causa di dolore e sofferenza”.
A questo proposito, SIAARTI sottolinea che esiste un altro equivoco molto diffuso: l’idea che le cure palliative siano qualcosa che arriva dopo, quando non c’è più niente da fare, come alternativa alle cure “vere”.
Non funziona così. Le cure palliative non si oppongono alle cure intensive: le accompagnano e le integrano. Il loro obiettivo è garantire, in ogni momento della malattia, che la persona non soffra – né fisicamente né psicologicamente. Possono e devono essere presenti anche in Terapia Intensiva, anche quando si sta ancora lottando per la sopravvivenza. “Serve un cambiamento culturale che porti a integrarle in tutte le attività di assistenza, nel modo più tempestivo e precoce possibile”, scrive Bignami. Integrare le cure palliative in tutti i percorsi assistenziali – in ospedale, negli hospice, a domicilio – è una sfida culturale oltre che organizzativa. È una sfida che la medicina italiana deve raccogliere con urgenza.
SIAARTI ritiene che i possibili errori debbano essere opportunamente individuati e comunicati con trasparenza, insieme alle misure per evitarli in futuro. Tuttavia, è necessario ribadire che solo un Servizio sanitario pubblico è in grado di garantire per anni cure così complesse a un bambino gravemente malato, offrendo il meglio della medicina disponibile a prescindere dalle condizioni economiche della famiglia. Il SSN e la Rete nazionale trapianti sono costruiti sulla fiscalità generale e sulla solidarietà collettiva: è importante non perdere di vista questo, anche nelle fasi di legittima critica.
“I trapianti dipendono da una catena di fiducia e solidarietà: chi dona, le famiglie che esprimono il consenso, i professionisti che rendono possibile ogni trapianto – conclude Bignami – Se questa fiducia si erode, le prime a pagarne le conseguenze sono le persone in lista d’attesa per un organo”.




