Disturbo post-traumatico da stress, 4mila anni di storia e un divario che oggi pesa sui servizi di salute mentale

Roma, 10 agosto 2026 – Due persone con la stessa storia e gli stessi sintomi possono ricevere una diagnosi di disturbo post-traumatico da stress (PTSD) oppure no, a seconda del manuale che il clinico utilizza. Non è un paradosso teorico: il DSM-5 e l’ICD-11 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità definiscono il disturbo con criteri in parte diversi, e gli studi che li mettono a confronto sulla stessa popolazione trovano un accordo ampio ma non completo, con il DSM-5 che tende a identificare più casi e una quota di pazienti riconosciuta da un solo sistema. Nei Paesi Bassi la prevalenza attuale è simile con i due manuali – 1,3% con il DSM-5 e 1,0% con l’ICD-11, più un 1,6% per la forma complessa dell’ICD-11 – ma la diversa architettura dei criteri può spostare le soglie di accesso alle cure e le priorità dei servizi.

Il tema si collega a un lavoro di Walter Paganin pubblicato su BMJ Medical Humanities, che ricostruisce quattromila anni di descrizioni del trauma per capire come si sia arrivati alle classificazioni odierne del disturbo e a cosa queste rischiano di lasciare fuori.

Il PTSD esiste come diagnosi soltanto dal 1980, con il DSM-III, ma le descrizioni dei suoi sintomi attraversano quaranta secoli di documenti medici e letterari. Le lamentazioni cuneiformi composte dopo la distruzione di Ur (2027–2003 a.C.) registrano insonnia, tremori e immagini intrusive legate all’esposizione ai cadaveri.

Erodoto racconta la cecità improvvisa e senza ferita del guerriero ateniese Epizelo a Maratona (490 a.C.). Nell’Odissea, Ulisse resta tormentato dalle memorie di guerra e da un’ipervigilanza che non lo abbandona, evitando di raccontare le proprie perdite fino a piangere ai canti di Demodoco. Samuel Pepys annota nel diario, per mesi dopo il Grande incendio di Londra del 1666, incubi ricorrenti che gli impediscono di dormire.

Il lavoro censisce oltre cento denominazioni diverse per questa sofferenza: dalla ‘nostalgia’ descritta da Johannes Hofer nel 1688 nei mercenari svizzeri, allo ‘shell shock’ del 1915, agli ‘scemi di guerra’ internati nei manicomi italiani dopo il 1918. Ogni epoca l’ha nominata con il lessico di cui disponeva, e l’ha spiegata in modi opposti: come punizione divina, come debolezza di carattere, come lesione organica, infine come risposta psicofisiologica.

“I fenomeni post-traumatici mostrano una continuità attraverso i millenni, ma non tracciano una linea retta verso una verità nosografica moderna – spiega il dott. Paganin – I materiali storici non prefigurano semplicemente le categorie del DSM o dell’ICD: le tengono davanti a uno specchio critico”.

Da qui la domanda più impegnativa sollevata dall’analisi. Nel passaggio al DSM-III il disturbo fu organizzato in cluster che lasciarono fuori un’intera famiglia di manifestazioni: paralisi, afonie, cecità senza lesione, quelle che i papiri egizi registravano, che Erodoto descrive in Epizelo, che Jean-Martin Charcot studia nell’isteria traumatica furono ricollocate tra i disturbi somatoformi e di conversione, cioè fuori dall’area del trauma.

Quella separazione tra “psicologico” e “somatico” rappresenta un reale avanzamento scientifico, si chiede l’autore, o ha oscurato una comprensione più unitaria della sofferenza incarnata? La questione non è soltanto storica: in molte culture i sintomi corporei sono il registro principale con cui il disagio post-traumatico si esprime, e una classificazione che li tiene fuori dal nucleo rischia di non riconoscere proprio i pazienti che i servizi europei incontrano più spesso.

Un secondo elemento sfugge a entrambi i manuali. La ‘nostalgia’ di Hofer, il ‘dolore del ritorno’, dal greco nostos e algos, mostra che il trauma può radicarsi nella perdita di uno spazio condiviso e di un luogo tanto quanto in un evento circoscritto. “Nei nostri servizi territoriali questo è il quadro che vediamo – osserva l’autore – ma i criteri diagnostici, costruiti attorno allo stato interno del singolo, non lo registrano: chi arriva da una guerra o da una migrazione forzata porta la perdita di un mondo, non solo una lista di sintomi”.

Sul piano operativo dal lavoro scaturiscono tre direzioni per i servizi sanitari italiani. La prima riguarda l’accoglienza: adottare nella psicoeducazione un orizzonte storico e transculturale, che presenti queste reazioni come risposta umana ricorrente e non come difetto individuale, riduce stigma e auto-colpevolizzazione fin dal primo colloquio. Nella seconda alla valutazione, va affiancata l’esplorazione della dimensione del legame, del luogo e del significato: se non viene rilevata, non compare nella cartella e non orienta il progetto individuale. La terza riguarda la risposta: distinguere il trauma individuale dalla ferita collettiva dello sradicamento, che chiama interventi più comunitari che medico-farmacologici. Il criterio che le tiene insieme, è riconoscere la sofferenza clinicamente significativa senza confonderla con il dolore ordinario dell’esilio evitando tanto la sovra-medicalizzazione quanto la minimizzazione.

Walter Paganin, MD, PhD, è psichiatra, psicoterapeuta e dottore in Neuroscienze. Si occupa di depressione difficile da trattare e neurobiologia dei disturbi psichiatrici, con particolare attenzione al legame tra traumi infantili e depressione resistente ai trattamenti, si occupa inoltre di terapie multifamiliari e interfamiliari. Autore di pubblicazioni scientifiche e per riviste internazionali, collabora attivamente con centri di ricerca italiani ed esteri.

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