Carenza di ferro e scompenso cardiaco: aumenta il rischio di mortalità di oltre il 40%

Prof. Maurizio Volterrani, IRCCS San Raffaele Roma: “Il 50% dei pazienti ne soffre. Non bisogna sottovalutarne i sintomi, oggi ci sono terapie innovative”

Roma, 1 dicembre 2019 – “Il 50% dei pazienti affetti da scompenso cardiaco ha una qualche forma di carenza di ferro – afferma Maurizio Volterrani, Primario di Cardiologia presso l’IRCCS San Raffaele Pisana di Roma – In presenza di insufficienza cardiaca, la carenza marziale costituisce un problema molto serio perché interferisce con la produzione di energia muscolare che correla direttamente con i sintomi e la sopravvivenza del paziente. La carenza di ferro, infatti, aumenta il rischio di mortalità di oltre il 40%; causa un peggioramento della qualità di vita e riduce di oltre il 10% la capacità di esercizio fisico che è invece fondamentale per mantenere in buone condizioni la funzionalità cardiaca”.

Prof. Maurizio Volterrani

“È decisamente importante sensibilizzare la popolazione a non sottovalutare i sintomi della carenza marziale e i possibili rischi per la salute. Oggi, peraltro, ci sono terapie innovative. Possiamo utilizzare alcuni tipi di ferro che hanno avuto buoni risultati nei pazienti, sono meglio tollerati e assorbiti, e hanno fatto registrare minori effetti collaterali” ha aggiunto Volterrani, ricordando che nei giorni scorsi, il 26 novembre, è stata dedicata una giornata internazionale alla carenza di ferro, Iron Deficiency Day 2019.

Il ferro è un oligoelemento essenziale per la vita e la sua carenza può creare diversi scompensi, che incidono, tra l’altro, sul metabolismo, sulla salute mentale e fisica, sulla produttività. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la carenza di ferro può causare una riduzione del 30% dell’attività fisica.

Anche l’infiammazione associata a determinate condizioni patologiche a lungo termine come lo scompenso cardiaco, l’insufficienza renale cronica e le malattie infiammatorie croniche intestinali, può ridurre la quantità di ferro assorbita dall’intestino e poi resa disponibile all’occorrenza. Condizione che può peggiorare con alcuni farmaci, come antiaggreganti e anticoagulanti.

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